Fare un aperitivo o 4 chiacchiere con Debora, ha un sapore diverso da altri aperitivi o caffè.
Non è un aperitivo che finisce con “via, alla prossima!”. E no. Un aperitivo con Debora lascia strascichi.

C’è chi dice che “irradia”, che ha una energia molto forte. Io non riesco a farne a meno.
Cioè ciclicamente devo vederla e confrontarmi con lei. Ogni tanto devo assumerla.

E’ un’amica, una ex compagna di Master quando ancora eravamo giovani e innocenti e, soprattutto, è uno specchio potentissimo. A me fa così.

Ieri è arrivata all’appuntamento di corsa, un po’ trafelata e con un gran sorriso. Per annunciarmi il suo ritardo (sei quasi sempre in ritardo Debora, lo posso dire? :) ), ci siamo scambiate qualche SMS (no, niente whatsapp) che riporto qui (grigio Deb, verde io)

conversazione_sms

Ci siamo abbracciate, a me piace molto stringerla forte e il nostro aperitivo Kafkiano è iniziato.
Nel senso proprio di metamorfosi.

Di solito noi parliamo di 8 miliardi di cose in circa un paio di ore. Mi correggo, parliamo di 8 miliardi di volte “noi”. Le sfaccettature della vita, delle persone che incontriamo (alcune meravigliose, altre molto meno) e di come ci infiliamo in queste sfaccettature.

Birra scura. Se è buona, è una gioia berla. Avvolge, è più morbida della bionda. Riesce quasi ad arrivare a una forma “meditativa” tipica del vino rosso.

Insomma tra un progetto e l’altro e qualche nome davvero altisonante che dovrebbe intervistare [Deb scrive molto bene. Una scrittura introspettiva e complessa, mai banale. Sottile e ironica. Di fantasia. Molto reale. Troppo a volte. Preziosa. E quando fa interviste non son proprio tali. Diventano conversazioni], arriva quella riflessione “strascico”.
Quella che ti porti dietro, non finisce con l’aperitivo.

“Vedi Francesca, con i social la letteratura che potrebbe essere letteratura, muore. Per il fatto semplice che un tempo chi sentiva l’esigenza o la chiamata a raccontare, raccoglieva i suoi appunti in un unico luogo, spesso un taccuino, o anche tanti pezzettini di carta. Adesso il pensiero che si ha si frammenta, si sbriciola negli spazi-social. Ma diventando subito “pubblico”, ogni pensiero, si sgonfia nell’illusione stessa di essere soddisfatto – già completo e compiuto – subito dopo averlo “postato”. E’ già il successore di se stesso. E il respiro ampio, da cui nasce la letteratura, si polverizza. Mi consola il fatto che nei blog tutta questa polvere possa essere polvere da sparo. Con la scintilla giusta”.

Eh già Deb. Il dubbio di sempre e una grande consapevolezza: chi fa Marketing deve trovare una strategia di visibilità che possa cogliere tutte le sfaccettature, che renda fruibile e conosciuto un (s)oggetto e non lo frammenti nello spazio del web.
Tuttavia, (riflettevo mentre Deb mi parlava) è il nostro pensiero che ad oggi è frammentato. Non reggiamo più articoli lunghi, o meglio, se lo facciamo dobbiamo deciderlo. Prenderci tempo. Come per un testo di letteratura.

E come possono rendere giustizia i social alla letteratura?
Si può accennare qualcosa poi la profondità la restituisce il libro.
Possiamo incuriosire, dare un là. E fare quell’operazione complessa di tradurre in immagine la complessità di un romanzo, di un libro.

A ogni cosa, il suo Marketing. A ogni storia, la persona.
Le ricette preconfezionate vanno bene solo nel microonde.

Ecco perché bisogna parlarci con le persone, ascoltarle (in generale nella vita, ma anche sul lavoro).
E anche facendo questo si sbaglierà mille volte. Ma uno sbaglio ragionato, ha la possibilità di trasformarsi nella soluzione giusta. Una scelta preconfezionata, rimarrà solo un vuoto packaging.

[La Mora-le]

All’affermazione che a volte sento e che mi viene detta da persone tra loro anche molto differenti “Non serve a nulla stare sui social”, rispondo così:
“Se ci si sta frammentati. Altrimenti, diventa uno spazio in cui “irradiarsi”.
E si deve avere una gran bella luce dentro. Come Debora.