Progetti web. Taglia quello che hai studiato sui libri, abbandona la tua “zona di confort” e fai attenzione ai dettagli.

Molte volte ci chiediamo, almeno noi del settore, quale sia l’approccio giusto per la realizzazione un progetto web. Tante sono le interpretazioni vincolate dalla qualifica di chi le imposta.

I tecnici: ci dicono che un progetto web nasce e si sviluppa sulle funzionalità che il sito dovrà avere impostando un metodo di lavoro schematico e ricco di dettagli sulle date di consegna e sullo sviluppo delle singole funzioni.

I markettari: ci dicono che il progetto nasce da un idea che viene tradotta principalmente nella realizzazione della grafica e di contenuti focalizzandosi sulle potenzialità di raccogliere pubblico (da motori o social).

Cercate su google e troverete un sacco di letteratura in merito a quanto vi ho detto. Sulla figure di account, project manager, marketing manager etc…

Lo volete proprio sapere?? Un sacco di CAZZATE!!!! E non lo dico per presunzione ma per esperienza!!!
Di certo queste definizione a me il Duca stanno veramente strette !!!

Partiamo dal presupposto che ormai per fare un sito e un po’ di marketing basta veramente poco, fra un po’ mia figlia di 2 anni lo sa fare!
Vai su Themeforest ti scarichi un bel template di WordPress ti prendi un hosting con il software già installato a due euro e ci metti due o tre giorni per caricarci testi e foto. Il gioco è fatto! Dalle mie parti si dice: Ti sei levato la sete con il prosciutto!

Chi si culla sugli allori, chi non vuol abbandonare la sua “zona confort” è destinato a fallire! Chi riesce a conservare sempre una certa dose di insoddisfazione è la persona più adatta a superare gli ostacoli e conservare e, soprattutto, incrementare il successo nel proprio business. [cit.]

Se la aspettate da me io non ce l’ho. Vi posso però indicare quella che uso io, ovvero la ricetta del Duca.
Allora esiste una ricetta PERFETTA per realizzare un progetto web? 

L’approccio ad un progetto web secondo me è la parte più importante.

C’è bisogno di una persona che prenda in carico il cliente e abbia una visione d’insieme di tutte le attività da sviluppare siano esse tecniche o di marketing.

Questa persona deve avere una conoscenza trasversale e deve essere in grado non tanto di mettersi al posto del cliente ma di pensare e visualizzare quello che l’utente si aspetta o spera di trovare visitando il sito.

Lo so è difficile ma a me succede spesso già di visualizzare al momento del colloquio con il cliente come dovrà essere sviluppato il progetto.
So già quello che vuole, le funzionalità da utilizzare, i mezzi da installare, quali utenti potrebbero essere interessati e così via ……

Chiamatela come vi pare, esperienza, vision personale e professionale, trucco ma è comunque un aspetto che secondo me risulta essenziale per chi vuole gestire un progetto.

Il progetto web è a questo punto nato nella mente ma va tradotto nella pratica. E’ inutile parlare della predominanza degli aspetti tecnici o marketing, tutti sono fondamentali e tutti fanno la differenza!
Così come fa la differenza avere dei collaboratori che capiscono l’idea e riescono a tradurla in pratica (altro punto fondamentale).

Potete essere dei guru o dei geni ma senza aver indagato su voi stessi, su come lavorate in team e su come far crescere e motivare i vostri collaboratori, siete “solo chiacchiere e distintivo”!

Cosa altro fa davvero la differenza?
Fin qui niente di nuovo direte, tutti siamo buoni a farlo (qualche dubbio …….).

La vera differenza in un progetto, la fa l’attenzione maniacale dei dettagli. Il controllo delle virgole, dell’impaginazione, dei colori, dei font, delle funzionalità, della user experience e chi più ne ha, più ne metta.

Io adesso vi lascio. Che devo fare queste quattro cose, esattamente in questo ordine:

  1. fare l’ultimo controllo di un sito che va on line domani
  2. andare a comprare un etto di prosciutto bello salato e stagionato
  3. bere acqua e dissetarmi
  4. prendermi il quinto caffè della giornata
L'ispirazione e la creatività possono essere esercitate secondo una ferrea disciplina.

L’ispirazione si esercita

Qualche mese fa – per spiegare a una mia conoscente il tipo di lavoro che faccio– mi sono espressa così:

“ faccio un lavoro bellissimo perché è a metà fra la logica e la creatività”.

Poi non c’è stato il tempo di scendere nei particolari operativi ma tuttavia, ogni volta che ripenso alla spiegazione data in quel momento, del mio lavoro, ritengo che non avrei potuto esprimermi meglio.

Io e miei colleghi del web marketing (e non solo noi …) siamo chiamati ogni giorno a svolgere un lavoro tanto bello, quanto impegnativo, che declina la nostra creatività su progetti di comunicazione e marketing sul web assolutamente concreti, organizzati secondo precisi processi logici e finalizzati ad ottenere “numeri”, cioè indicatori che devono essere quantitativamente e qualitativamente misurabili e spiegabili, ad esempio il ROI (Return On Investment), probabilmente l’indicatore economico più caro ai clienti.

Spesso, inoltre, il tempo non è dalla nostra parte: in molte occasioni la nostra creatività deve essere finalizzata in tempi più brevi di quelli che sentiamo essere necessari per ritenerci veramente soddisfatti, a causa della necessità di assecondare l’esigenza concreta e di trovare la migliore soluzione, più velocemente implementabile, in un contesto spesso fatto di asimmetrie informative.

Inoltre, se è vero che la matematica non è un’opinione e quindi l’interpretazione dei numeri per la valutazione degli obiettivi non ha “margini di manovra”, per contro trovare soluzioni creative, cioè trovare l’ispirazione, non è un processo che può essere avviato a comando.

Tuttavia voglio dirvi una cosa che ho imparato dal lavoro che faccio (e a dir la verità non solo da quello …):

l’ispirazione si esercita!

Si esercita proprio come si fa con un muscolo. Tuttavia la “palestra” adatta per esercitare l’ispirazione è fatta di tantissimi “attrezzi” che, in molti casi, si trovano fuori dall’ufficio e che abbracciano l’interezza della nostra vita!

Ieri sera, dopo cena, mentre ero seduta fuori nel mio giardinetto al fresco di una serata di fine estate, ho “avuto l’ispirazione” di scrivere questo articolo e allora ho cominciato a pensare a quali sono tutti gli “attrezzi” che io uso per esercitare la mia ispirazione.

Sicuramente lo stimolo più grande deriva dal team di persone con cui lavoro e mi confronto tutti i giorni. Non esiste ispirazione più bella e completa di quella che può arrivare dall’armoniosa orchestrazione di un’idea dove più menti danno il loro contributo. E’ proprio per questo motivo che tutti i nostri progetti di web marketing vengono valutati in team ed ogni step è progettato insieme. Poi ognuno inserisce la propria unicità in virtù della competenza principale che è chiamato ad esercitare in quel momento, ma niente di quello che creiamo potrebbe avvenire senza l’unione che fa la forza!

Dopo il confronto con gli altri, un altro “attrezzo” fondamentale per esercitare l’ispirazione è – secondo me – il tempo! Il tempo – come sappiamo – è diventato la ricchezza di questo millennio … perché ognuno di noi ne ha sempre meno soprattutto da dedicare appunto all’otium creativo.

Per quanto mi riguarda questo tempo deve essere un tempo molto intimo, quindi trascorso preferibilmente in solitudine, oppure con poche persone fidate, vicine e scelte con le quali conversare amabilmente un po’ sui massimi sistemi.

Questo tempo per me è necessario per ricaricarmi e nutrirmi di nuove immagini che mi stimolano invenzioni di storie o riflessioni. La lettura di libri di diverso genere, l’ascolto di un certo tipo di musica – sempre diverso e accuratamente scelto a seconda dell’attività che devo svolgere (per esempio mentre sto scrivendo questo post sto ascoltando musica anni ’80 a palla! 🙂 Non chiedetemi perché … mi ispira, appunto, la scrittura di questo tipo di contenuti!) – il girovagare per gli angoli della mia città oppure visitare posti nuovi, sono le principali fonti a cui abbeverare la mia ispirazione creativa. Ma per fare tutto questo ci vuole, appunto, tempo!

Inoltre per me è anche fondamentale lo spazio: quello fisico che vivo e in cui mi muovo e quello che il mio sguardo può coprire. Forse non ci crederete ma è proprio questo uno dei principali motivi per cui quest’anno ho cambiato casa. Dove abitavo prima le stanze erano piccole e dalle finestre non avevo visuale se non su grigi palazzi. Questa condizione mi faceva sentire, in un modo strano, un po’ costantemente a disagio, finché non mi sono trasferita (con enormi fatiche …) in casa nuova: luminosa, con stanze grandi e ariose e un orizzonte ampio pronto a soddisfare i miei occhi curiosi! Un’altra musica davvero! 🙂

Lo confesso: non sono particolarmente metodica nell’esercitazione della mia ispirazione. Per esempio mi dico sempre che dovrei andare in giro con un taccuino per appuntarmi, in ogni momento e ovunque sono, le cose che mi vengono in mente e che reputo avere qualche potenzialità di sviluppo in una idea più articolata e interessante. Oppure avere sempre il cellulare carico per scattare foto a ripetizione … Migliorerò. Trovare l’ispirazione è anche una questione di disciplina ferrea e allenamento costante.

Non puoi aspettare l’ispirazione. Devi corrergli dietro con una mazza.”(Jack London).

Il messaggio che vorrei trasmettervi con questo post è che in definitiva me e quelli che fanno la mia stessa professione non smettono mai di “essere a lavoro”…  perché la nostra stessa vita entra nel nostro lavoro e la nostra vita non ci dà informazioni solo dalle 9,00 alle 18,00 da lunedì a venerdì. No, ci tiene al pezzo 24/7!

Del resto non potrebbe essere altrimenti perché gran parte del nostro lavoro è creatività: per essere specialisti del web marketing in grado di fornire idee e contenuti originali ed unici e infine portare risultati misurabili, dobbiamo anche e forse soprattutto “vivere la vita”, assorbire tanti stimoli, contrasti, emozioni, novità che essa ci offre e dedicare un tempo “delicato” alla loro metabolizzazione e decantazione.

Dave vs Bots

Introduzione

In fase di analisi degli accessi al sito è facile rendersi conto che alcuni dati di traffico siano anomali, principalmente in termini di quantità, tipologia e provenienza.

Come accorgersene?

  • Le sessioni totali sono molto elevate e provenienti da zone improbabili data la natura del sito
  • La frequenza di rimbalzo è molto elevata, superiore all’80%
  • La durata della visita media è molto bassa, in genere pochi secondi

Cosa succede? Gran parte dei dati è inquinata da bad bot che scansionano il nostro sito e da bad referral che generano spam. Non causano veri e propri danni, ma sono particolarmente insidiosi e difficili da bloccare, inoltre gli spam bot agiscono anche tramite commenti sui blog e carrelli falsi negli ecommerce…ma niente paura! Possiamo ridurne l’impatto usando alcuni accorgimenti.

I principali metodi sono 3:

  1. Blocco da file .htaccess
  2. Viste Google Analytics filtrate
  3. Widget filtrati nelle dashboard di Analytics

 

1. Blocco da file .htaccess

Teoricamente è il metodo migliore, perché impedisce fisicamente l’accesso al nostro sito a specifici bot e referral. Vediamo come.

Blocco bot user-agent da file .htaccess

Andiamo a scrivere direttamente il nome degli user-agent da bloccare, prendendoli da liste facilmente reperibili online. Ecco un esempio generico:

RewriteEngine On
RewriteCond %{HTTP_USER_AGENT} ^useragentbot1 [OR]
RewriteCond %{HTTP_USER_AGENT} ^useragentbot2 [OR]
RewriteCond %{HTTP_USER_AGENT} ^useragentbot3
RewriteRule .* - [F]

Blocco bot IP da file .htaccess

È possible identificare lo spam tramite accessi ricorrenti dallo stesso IP con dubbia provenienza geografica, ma anche dai commenti spam di un blog o da carrelli abbandonati ricorrenti con stessi importi di un ecommerce. In questo caso possiamo bloccare direttamente l’IP del bot o l’intera classe di IP del bot, ad esempio:

order allow,deny
Deny from 101.101.10.101
allow from all

Blocco bad referrals da file .htaccess

È importante anche bloccare i bad referral che troviamo direttamente nelle statistiche del nostro sito. Quindi in Google Analytics andiamo su Acquisizione > Tutto il traffico > Referral e vediamo ad esempio una lista del genere:

lista referrals

A parte Facebook e t.co (cioè Twitter), gli altri referral non sono desiderati 🙂

Ecco come fermarli da file .htaccess (ad esempio i primi 3):

RewriteEngine On
RewriteCond %{HTTP_REFERER} 4webmasters\.org [NC,OR]
RewriteCond %{HTTP_REFERER} traffic2money\.com [NC,OR]
RewriteCond %{HTTP_REFERER} floating\-share\-buttons\.com [NC]
RewriteRule .* - [F]

 

Quali sono i limiti di questo metodo?
  • Per sua natura funziona solo su server Apache.
  • È necessario poter accedere al sito sul server tramite ftp.
  • Va aggiornato spesso perché bad bot e bad referral cambiano e ce ne sono sempre di nuovi.

 

2. Viste Google Analytics filtrate

Un metodo per avere dati puliti, che può essere usato in aggiunta al precedente, è quello di filtrare i dati direttamente nella piattaforma di analisi. Così facendo, non si blocca l’accesso al sito di bad bot e referral ma li escludiamo dal conteggio. Possiamo così avere una panoramica realistica degli utenti umani che effettivamente navigano sul sito.

Per questo metodo rimando al valido articolo di Fabio Piccigallo, direttamente sul suo sito e riassumo brevemente i principali aspetti.

  • È opportuno creare una nuova vista filtrata e tenere quella originale come controllo.
  • I principali filtri da implementare sono 3, da personalizzare con espressioni regolari in base ai singoli casi. Di seguito gli screenshot di esempio da analytics:

1) Host
filtro analytics nome host

 

 

 

 

 

 

 

 

2) Referral
filtro google analytics referrals

 

 

 

 

 

 

 

 

3) Campagne Adwords
filtro analytics campagne adwords

 

 

 

 

 

 

 

 

 

3. Widget filtrati nelle dashboard di Analytics

Il metodo consiste nel filtrare i dati direttamente all’interno degli widget nelle dashboard di Analytics. Il vantaggio di questo metodo, oltre la rapidità, è di avere dati ripuliti da subito, anche con riferimento a periodi precedenti. Alcuni widget lasciano come riferimento la variazione rispetto al dato originale.

Chiaramente è necessario impostare dashboard ben definite e significative.

Prendiamo lo widget Visite Totali come esempio ed andiamo a inserire un filtro di tipo Non mostrare al suo interno:

widget visite dashboard google analytics

Attraverso un’espressione regolare come quella mostrata sopra, escludiamo la visualizzazione degli accessi provenienti dai principali bad referral del sito.

Prendiamo una piccola dashboard dimostrativa in stile prima e dopo la cura 🙂 per mostrare che i dati filtrati sono molto più realistici di quelli totali.

Non Filtrati

dati dashboard analytics

 

Filtrati

dati filtrati dashboard analytics

 

Conclusioni

Un sito generalmente riceve una notevole parte di sessioni da parte di software non desiderati, che generano dati poco realistici e quindi poco significativi ai fini di analisi della navigazione di utenti umani.

E’ importante avere consapevolezza di questo aspetto in fase di analisi dei dati e cercare metodi sempre più affinati e di rapida implementazione per avere dati puliti e validi.

L’argomento ovviamente non si esaurisce in queste poche righe. Cari SEO, dateci il vostro parere e il vostro contributo! 😉

la conversione è lo scopo del personal branding

Personal Branding, tutti ne parlano. Ma basta solo aumentare i “numerini” ?

In questo periodo va di moda parlare di “personal branding” e delle attività online mirate a rendere il proprio brand (immagine) online.

In qualche modo se ne parla a ragion veduta visto che la tendenza è quella che le aziende “ci mettano la faccia” ovvero che siano in qualche modo ricollegate ad una persona che le rappresenti.
Allo stesso tempo, visto che ormai tutte le nostre attività passano dal web, anche i professionisti (architetti, assicuratori, mediatori e molti altri) si stanno muovendo nel crearsi online una propria identità al fine di accrescere la propria popolarità.

Il fine è sempre lo stesso ovvero andare ad intercettare la mail o il contatto di quegli utenti che potrebbero essere interessati ad un prodotto o servizio che l’azienda o il professionista fornisce.

“La conversione è lo scopo del personal branding” ed il valore di una comunità che ti segue o di un database di email sta diventando inestimabile.

Spesso però confondiamo il branding solo con i numeri, ovvero associamo la popolarità di una persona ai follower o agli amici che questa ha sui principali social. In parte sicuramente i numeri servono e sono parte della strategia (la prima) di branding ma i fattori che fanno veramente la differenza come sempre sono i contenuti.

I contenuti spesso non vengono da soli e quindi i numeri servono veramente a poco. Per questo vi dico che è meglio il silenzio. 

Comunque se volete aumentare i vostri “numerini” la soluzione è da ricercare nei vari software online siano questi usati in maniera gratuita o a pagamento. Ce ne sono diversi, io, ad esempio, uso Crowdfire che trovo comodo ed intuitivo sia nella versione desktop che come App. Uso la versione gratuita che lavora con twitter e instagram. Ma prima di iniziare con Crowdfire vi consiglio di leggere questo articolo.

Nell’ ultima release di Crowdfire sono state aggiunte diverse ulteriori funzioni tra cui la possibilità di pubblicare i contenuti direttamente su tutti i social (cosa che sconsiglio visto che ogni social ha bisogno di una sua comunicazione), sia istantaneamente, sia programmando l’ora ed il giorno (i maniaci dei social sanno quando i loro utenti sono più attivi e quindi postano, in genere, quando è più alta la probabilità che il loro post o tweet riceva maggiori visualizzazioni).

Ma come si usa questo attrezzo? Vediamolo.

Di fatto le funzioni più importanti sono le seguenti:

Non seguaci
Permette di visualizzare le persone che non vi seguono e di toglierle dalla vostra lista di utenti seguiti riducendo così, con il tempo, il “numerino“ dei “FOLLOWING” che se è più alto dei “FOLLOWER” è quasi una disgrazia 🙂

Non più seguaci recenti
Qui trovate chi vi ha seguito per qualche istante prima di capire che non gli interessavate e quindi vi ha lasciato. E’ un indicatore da controllare: potete lasciare anche voi chi non vi segue più anche perché altrimenti i “numerini” non tornano!

Copia seguaci
Questa funzione vi permette di andare ad intercettare i seguaci di un altro utente e di chiedere loro il follow. Prendete le persone che hanno interessi simili ai vostri o che si occupano delle stesse attività e copiate! Vi consiglio di non farlo barbaramente ma se avete tempo date almeno un occhio a chi scegliete altrimenti rischiate, in alcuni casi, di trovarvi pieni di stranieri che scrivono in arabo. Per chi poi vi cerca ed ha un po’ di malizia non è bello vedere tutte persone di questo genere.

Automatizza
Funzione interessante che vi consente di inviare un messaggio di benvenuto a tutti coloro che iniziano a seguirvi. Potete inserire una “call to action” (ovvero un link a quello che volte vendere!). Nella versione gratuita ci rimane però il link a Crowdfire. Io personalmente non la uso.

Keyword Follow
Funzione che vi permette di trovare seguaci in base agli hashtag di tendenza o di vostro interesse. In questo momento io la sto usando poco ma per esempio potrebbe interessarvi cercare chi scrive su #webmarketing, se lavorate in questo settore.

Altro
Delle altre funzioni ve ne potete sbattere, almeno in un primo momento (finché non avete un buon numero di utenti) e con tanta pazienza e perseveranza, visto che avete un limite di massimo 50 follow ogni 24 ore (almeno che non compriate la versione a pagamento), ogni giorno usare gli strumenti che vi ho indicato.

Vi ho dato alcune dritte, provate e fatemi sapere e se volete diventare dei “guru” e fare “personal branding” armatevi di tanta pazienza e siate sempre creativi nei vostri post o tweet.

E comunque rimango dell’opinione che: “Fa in modo che il tuo discorso sia migliore del tuo silenzio o taci”

Klout è uno strumento che permette di capire quanto una persona è influente sui Social

Dottore, mi si è abbassato il Klout!

Sono una tipa un po’ pragmatica e mi piace spesso ribadire i concetti affinché si stampino bene nella mente e tu possa trarne concreti benefici.

Sono anche una tipa che ama molto utilizzare le citazioni. In questo caso utilizzerò repetita iuvant!

Infatti l’ho già detto qui ma lo ripeto: sui social non si sta a “pettinare le bambole”o a “girarsi i pollici”. Cioè, lo puoi anche fare ma non ti servirà a molto.  Piuttosto fatti una passeggiata al mare!

Che ci piaccia o no, i social media sono una “cosa seria”.

Oltre ad essere strumenti da integrare in maniera sinergica con altri nelle strategie di digital marketing aziendali o in quelle di branding, rappresentano anche gli specchietti attraverso i quali noi stessi ci mostriamo al mondo e attraverso i quali il mondo ci… “attribuisce un punteggio di valore”!

Sì, sì, hai capito bene: un punteggio di valore.

Come può accadere tutto ciò…?!

Facciamo un breve viaggio insieme, alla fine del quale anche tu potrai scoprire in modo semplicissimo “quanto vali” nel mondo digitale (ovviamente sempre che tu già non lo sappia!).

Esistono, infatti,  algoritmi in grado di stimare e attribuire un valore numerico al “peso” della tua presenza sui social.

Il più famoso in grado di fare questo è Klout.

Questo strumento fornisce Una valutazione della tua influenza, in base al modo in cui la gente interagisce con i contenuti che posti sui social media”, spiega Joe Fernandez, cofondatore e CEO di Klout.

Che cosa fa quindi Klout?

Klout analizza milioni di dati ogni giorno per comprendere chi sono i migliori creatori di contenuti sui social, ed aiutare i brand ad entrare in contatto con queste persone. I risultati di questa analisi sono poi riassunti in un punteggio che viene assegnato a ciascun social addicted una volta che si iscrive a Klout.

Per ottenere i dati che servono, Klout analizza diversi tipi di azioni su 15 diversi social media: il retweet, il like e il reply su Twitter, like, share e commenti su Facebook e così via per aggregarli infine tutti insieme ed elaborare un unico indicatore: i numerino a te assegnato (da 0 a 100)! 🙂

Qual è il punteggio medio su Klout?

Il punteggio medio su Klout si attesta su 41, perciò se il tuo punteggio è superiore a questo numero puoi ritenerti più influente della media degli utilizzatori dei social.

Sopra i 60 punti troviamo produttori di contenuti particolarmente attivi ed ingaggianti.

Ma più si sale col punteggio più è facile rimanere “bloccati”. E’ quindi molto difficile raggiungere punteggi ritenuti particolarmente elevati come ad esempio 80.

Quanto è affidabile Klout?

A questa domanda non posso rispondere con certezza. E forse la domanda stessa è mal posta, nel senso che – più o meno affidabile – l’unica cosa certa è che oggi Klout rappresenta un indicatore standard internazionale dell’influenza di una persona sui social.

Esso, soprattutto in America, viene utilizzato da più di 120 aziende per capire chi sono gli influencer da eventualmente ingaggiare per strategie pubblicitarie. Inoltre molte altre aziende utilizzano questo indicatore nella selezione del personale.

Adesso ti è un po’ più chiaro il concetto che ormai i social sono una cosa seria… Vero?! 🙂

Sì, mi è chiaro, ma insomma… che me frega di Klout?

Infatti. Klout è una di quelle cose che puoi tranquillamente ignorare. Del resto magari lo hai fatto fino ad ora ed hai vissuto bene.

Sostanzialmente usare o no Klout – come del resto un po’ tutto in questo mondo – dipende da te, dai quali sono i tuoi obiettivi ed i motivi che ti spingono ad avere e mantenere una presenza digitale.

Alle aziende, invece, Klout interessa e molto. Probabilmente nel prossimo futuro questo interesse aumenterà e si diffonderà. Questo è già un buon motivo per cui potrebbe interessare anche te!

Già da diverso tempo, ormai, le persone e le aziende cercano le altre persone su Facebook, Twitter, ecc. al fine di carpire più informazioni possibile su di loro ed iniziare a farsi un’idea della personalità, dei talenti, delle passioni e del modo di comunicare se stessi online.

Perciò un passo da fare per costruire una corretta strategia di personal branding è anche quello di “misurare” la propria influenza online da subito.

L’importante è mantenere sempre il lumino della ragione acceso ad illuminare la strada davanti a noi…

Klout è uno strumento che si lega a mille altri strumenti i quali, tutti insieme, a loro volta, vanno a creare il vasto mosaico del mondo digitale. Ognuno di questi può essere importante per i tuoi obiettivi di digital marketing o di personal branding, nessuno di questi  è indispensabile nella vita…

Quindi usa quello che vuoi, per quanto tempo vuoi. Evita però – ti prego – di assuefarti ad essi e di assolutizzarli fino al punto magari di arrivare a dire: “Dottore! Mi si è abbassato il Klout… ho perso influenza … non so più chi sono!”.

Tanto più che per il tuo dottore l’influenza è un’altra cosa…

Sii social responsabilmente!!! 🙂

PS: Klout non è l’unico strumento per la misurazione dell’influenza online delle persone. Ce ne sono altri che in futuro affronteremo in altri articoli sempre su questi schermi!

Frammenti di aperitivi social

Fare un aperitivo o 4 chiacchiere con Debora, ha un sapore diverso da altri aperitivi o caffè.
Non è un aperitivo che finisce con “via, alla prossima!”. E no. Un aperitivo con Debora lascia strascichi.

C’è chi dice che “irradia”, che ha una energia molto forte. Io non riesco a farne a meno.
Cioè ciclicamente devo vederla e confrontarmi con lei. Ogni tanto devo assumerla.

E’ un’amica, una ex compagna di Master quando ancora eravamo giovani e innocenti e, soprattutto, è uno specchio potentissimo. A me fa così.

Ieri è arrivata all’appuntamento di corsa, un po’ trafelata e con un gran sorriso. Per annunciarmi il suo ritardo (sei quasi sempre in ritardo Debora, lo posso dire? 🙂 ), ci siamo scambiate qualche SMS (no, niente whatsapp) che riporto qui (grigio Deb, verde io)

conversazione_sms

Ci siamo abbracciate, a me piace molto stringerla forte e il nostro aperitivo Kafkiano è iniziato.
Nel senso proprio di metamorfosi.

Di solito noi parliamo di 8 miliardi di cose in circa un paio di ore. Mi correggo, parliamo di 8 miliardi di volte “noi”. Le sfaccettature della vita, delle persone che incontriamo (alcune meravigliose, altre molto meno) e di come ci infiliamo in queste sfaccettature.

Birra scura. Se è buona, è una gioia berla. Avvolge, è più morbida della bionda. Riesce quasi ad arrivare a una forma “meditativa” tipica del vino rosso.

Insomma tra un progetto e l’altro e qualche nome davvero altisonante che dovrebbe intervistare [Deb scrive molto bene. Una scrittura introspettiva e complessa, mai banale. Sottile e ironica. Di fantasia. Molto reale. Troppo a volte. Preziosa. E quando fa interviste non son proprio tali. Diventano conversazioni], arriva quella riflessione “strascico”.
Quella che ti porti dietro, non finisce con l’aperitivo.

“Vedi Francesca, con i social la letteratura che potrebbe essere letteratura, muore. Per il fatto semplice che un tempo chi sentiva l’esigenza o la chiamata a raccontare, raccoglieva i suoi appunti in un unico luogo, spesso un taccuino, o anche tanti pezzettini di carta. Adesso il pensiero che si ha si frammenta, si sbriciola negli spazi-social. Ma diventando subito “pubblico”, ogni pensiero, si sgonfia nell’illusione stessa di essere soddisfatto – già completo e compiuto – subito dopo averlo “postato”. E’ già il successore di se stesso. E il respiro ampio, da cui nasce la letteratura, si polverizza. Mi consola il fatto che nei blog tutta questa polvere possa essere polvere da sparo. Con la scintilla giusta”.

Eh già Deb. Il dubbio di sempre e una grande consapevolezza: chi fa Marketing deve trovare una strategia di visibilità che possa cogliere tutte le sfaccettature, che renda fruibile e conosciuto un (s)oggetto e non lo frammenti nello spazio del web.
Tuttavia, (riflettevo mentre Deb mi parlava) è il nostro pensiero che ad oggi è frammentato. Non reggiamo più articoli lunghi, o meglio, se lo facciamo dobbiamo deciderlo. Prenderci tempo. Come per un testo di letteratura.

E come possono rendere giustizia i social alla letteratura?
Si può accennare qualcosa poi la profondità la restituisce il libro.
Possiamo incuriosire, dare un là. E fare quell’operazione complessa di tradurre in immagine la complessità di un romanzo, di un libro.

A ogni cosa, il suo Marketing. A ogni storia, la persona.
Le ricette preconfezionate vanno bene solo nel microonde.

Ecco perché bisogna parlarci con le persone, ascoltarle (in generale nella vita, ma anche sul lavoro).
E anche facendo questo si sbaglierà mille volte. Ma uno sbaglio ragionato, ha la possibilità di trasformarsi nella soluzione giusta. Una scelta preconfezionata, rimarrà solo un vuoto packaging.

[La Mora-le]

All’affermazione che a volte sento e che mi viene detta da persone tra loro anche molto differenti “Non serve a nulla stare sui social”, rispondo così:
“Se ci si sta frammentati. Altrimenti, diventa uno spazio in cui “irradiarsi”.
E si deve avere una gran bella luce dentro. Come Debora.

Susan Kare

Susan Kare – Pioniera della Pixel Art

Durante una della notti insonni stavo girando sulla rete curiosando in particolare nella storia di Apple e della sua nascita e crescita. Ovviamente come tutti mi ero focalizzato sulla figura di Steve Jobs e della sua vita fuori e dentro la Apple passando fra le varie interpretazioni del personaggio sia negative che positive ( a me piacciano quelle positive ).

Senza dubbio rimane una figura unica, un genio che ha contribuito allo sviluppo della tecnologia a livello mondiale.

Pian piano che leggevo vari aneddoti, storie e vedevo immagini maturavo l’idea che Jobs ha avuto anche, non so se per caso o per genio, la fortuna di avere al suo fianco dei collaboratori fantastici, anche loro dei geni, che anch’essi a loro modo hanno contribuito alla sua fama ed a quella del marchio Apple.

In particolare sono rimasto affascinato da due collaboratori, due donne due miti:

Susan Kare parte del team Mac iniziale, con il compito di progettare il design delle icone e della ‘user interface’. Il suo stile minimalista è stato ripreso da designer di tutto il mondo, diventando un modello.

Sarah Clark che nei due anni necessari alla compilazione del codice “Newton platform” non lasciò quasi mai il suo ufficio pur avendo un figlio neonato che portava con sé. Il Newton prometteva la facilità d’uso combinata con un sistema di riconoscimento della scrittura e persino un riconoscimento vocale (anche se solo in inglese e solo per alcuni modelli). Pur non avendo avuto successo il sistema Newton continuò ad avere un certo seguito.

Delle due, data la mia passione per il design, sono rimasto incantato dal genio e dalla storia di  Susan Kare pioniera della Pixel Art che disegnò molti dei font, delle icone e degli elementi grafici del Mac OS.

Fra le sue opere più famose ci sono:

I FONT: Chicago, Cairo, Geneva
font

LE ICONE: Dogcow, Mac felice, simbolo del tasto comando
icone

Fra le sue opere ci sono:

  • parte dell’interfaccia grafica di Windows 3.1
  • le carte del celeberrimo Solitario
  • parte di OS/2 e di Nautilus
  • le icone per i “regali” virtuali presenti su Facebook

Notizia delle ultime ore è che la Kare farà parte del team dei creativi di Pinterest, non come rappresentante dell’azienda, ma lavorerà a tempo pieno per la grafica del sito.

Per maggiori dettagli http://www.kare.com/ dove trovate il fantastico portfolio di Susan e lo store http://www.kareprints.com/ dove potete comprare le stampe autografe in edizione limitata delle sue più famose creazioni. Io un paio le acquisto!

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Alla fine che dire, è evidente che il successo di un’azienda, ed in questo caso anche di una persona, deriva molto spesso anche dalla genialità dei propri collaboratori.
N.B. Le donne stanno un passo avanti !!

Perché Tesene? Tutti lo chiedono, ecco come nasce il nome

Mi capita spesso che clienti o collaboratori, mi chiedano questo: “ma cosa significa Tesene? Da dove nasce?”

Ecco svelato l’arcano.

La storia nasce nel lontano 2000 quando io ed il mio compagno di (s)ventura 🙂 Tommaso decidemmo di far nascere questa agenzia web.

In un primo momento, presi dall’entusiasmo e da qualche mania di grandezza (credo sia valido per tutti gli imprenditori), ci focalizzammo verso uno dei nomi più famosi e conosciuti in fatto di società.
ACME, l’azienda immaginaria nel cartone animato Road Runner e Wile E. Coyote.

Il nostro obiettivo principale comunque, era individuare un nome che avesse tutte le estensioni principali di dominio libere per poter proteggere il marchio da eventuali acquisti di terze persone (o di un Bugs Bunny particolarmente aggressivo).
Al tempo (ed anche oggi) i domini erano oggetto di forti speculazioni e ladrocini ed era molto comune, non essendo completa la relativa legislazione, sentire di domini venduti a cifre esorbitanti. (Qualcuno c’ha fatto i soldi).

Evidentemente il dominio ACME era stra-occupato anche nelle estensioni del Burundi e decidemmo (per fortuna) di inventarci un nome diverso.
Non oso ripetere qui le assurdità e le castronerie che vennero fuori compreso un bel “Puppa” :-).

Solo dopo qualche tempo e per caso, abbiamo scoperto che i prodotti della finzione Acme Corporation non solo erano generici, (A Company Making Everything – ossia azienda che produce qualsiasi cosa), ma anche soggetti a errori e che quindi l’origine greca della parola ACME (ακμή – eccellenza) era stata usata in senso ironico.

Quindi niente ACME ma w Road Runner e Wile E. Coyote!

Alla fine, presi dallo sconforto, credo Tommaso, ebbe un’ intuizione geniale “prendiamo delle parole che riconducano al nostro business e proviamo a mischiarle”.
Prova e riprova, venne fuori Tesene. Suonava bene e approvammo!
I DOMINI ERANO LIBERI (ci voleva “di morto”, traduz. dal pisano: TANTO)

Te = Tecnologia
Se = Servizi
Ne = Network

A chi me lo chiede, ora posso dire vai sul blog e leggilo. Finalmente!! 🙂

E ora i Loghi.
Il primo logo di Tesene (mi raccomando altrimenti Tommaso si incavola il logo è quello blu ovvero la piastra)

logo_Tesene

L’evoluzione del logo (deh ci hanno smussato gli angoli)

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L’ultima release del logo (in cui viene stilizzato il tornado che era l’immagine principale di Tesene unita ad una citazione)

Schermata 2015-07-28 alle 13.10.05

Schermata 2015-07-31 alle 12.27.58

The Hole in the Wall Project

Quando penso a un muro, e in questo momento storico siamo in molti a pensare ai muri, immagino di farci un buco per osservare che cosa succede dall’altra parte. Questo è più o meno ciò che ha fatto lo scienziato indiano Sugata Mitra, ricercatore capo della Niit, multinazionale indiana delle tecnologie per l’istruzione, nonché professore di Educational Technology alla School of Education, Communication and Language Sciencies della Newcastle University,UK.

Nel 1999 Mitra si pone la seguente domanda: che cosa accade all’istruzione quando ci si allontana dai centri urbani di paesi come l’India dove nessun insegnante vuole andare? Oppure, quando ci si allontana dai ricchi sobborghi delle grandi aree metropolitane di tutto il mondo, per andare negli slum dove la dinamica sociale ed economica è dettata dal ‘noi’ e ‘loro’?

Mitra, ispirandosi al monolite nero di Kubrik che appare all’improvviso, non si sa da dove, e che non si sa a cosa serva tranne che riesce a sviluppare l’ingegno umano, decide di rispondersi facendo un buco nel muro che separa il suo ufficio di Delhi da una baraccopoli, ci mette dentro un PC, ci installa internet e lo lascia così a disposizione. Poi nasconde una telecamera su un albero a destra del muro e inizia ad osservare.

Circa 8 ore dopo trova un bimbo di 8 anni che sta insegnando a navigare ad una bambina di 6. In breve tempo si forma un folto gruppo di bimbi di cui uno scopre un programma per disegnare stupendo tutti, compreso se stesso, con le sue doti di artista e diventa una star.

Mitra pensa che qualcuno del suo ufficio possa aver insegnato ai bambini ad usare la macchina, allora decide di portare l’esperimento fuori da Delhi, in luoghi dove è sicuro che “nessuno ha mai insegnato qualcosa a qualcuno”. Ecco ciò che osserva: dopo pochi minuti un  bambino arriva al chiosco per giocherellare con il touchpad. Molto presto intuisce che quando sposta le dita qualcosa si muove sullo schermo. Più tardi dirà a Mitra: “Non avevo mai visto un televisore dove ci puoi fare qualcosa”. Dopo 8 minuti, sta navigando, allora chiama tutti i bambini del vicinato che accorrono e guardano cosa sta succedendo. Entro la sera di quel giorno, 70 bambini navigano nel web.

In un villaggio dove non ci sono gli insegnanti di inglese, Mitra prepara il solito buco-nel-muro e lascia il PC con molti CD in inglese, in quel luogo ameno non c’è internet. Torna sul posto 3 mesi dopo e trova al chiosco 2 bambini che appena lo vedono gli chiedono un processore più veloce e un mouse migliore! Mitra osserva che questi bambini stanno impiegando 200 parole inglesi, pronunciate male, ma usate correttamente, anche nella conversazione corrente. Non solo, i bambini hanno creato una nuova lingua, una Hindi dell’informatica, ad esempio il cursore è il sui, l’ago, e la clessidra, oggetto del tutto sconosciuto a loro, è il samru, il tamburo di Shiva.

Mitra ha scoperto che i bambini dai 6 ai 13 anni, in gruppo, evitando l’intervento degli adulti, possono auto-apprendere se hanno accesso ad un computer, d’altra parte, osserva, “tutti i sistemi naturali sono auto-organizzanti: galassie, molecole, cellule, organismi”. Pur guardando agli insegnamenti di Freud, Tagore, Aurobindo, Montessori, Piaget e Vygotsky, egli afferma, molto pragmaticamente: “ora essi non ci sono più, oggi ci sono creazioni come google, wiki, skype, moodle che fanno progredire la nuova istruzione”.

Ora, si potrebbe aprire un dibattito sulle conclusioni a cui arriva Mitra, fatto sta che comunque è innegabile che lo Hole in the Wall Project abbia ottenuto dei risultati tangibili, al punto che attualmente esistono decine di chioschi a Delhi e numerosi altri sono stati esportati in tutta l’India, ed anche al di fuori entrando a far parte di più vasti progetti e destando l’interesse della Banca Mondiale.

Non a caso, se Danny Boyle si è ispirato a Vikas Swarup, per Slumdog Millionaire, Swarup, a sua volta, si è ispirato proprio a Sugata Mitra e al suo hole in the wall .

Allora non ci resta che augurarci, almeno per i paesi dove il divario digitale tiene al margine della società interi vasti settori della popolazione, che la silenziosa rivoluzione informatica iniziata da Sugata Mitra e dalla Niit Technologie, in prima linea nel combattere il digital divide, faccia sì che il “buco nel muro” possa divenire la porta attraverso cui un gran numero di ragazzine e ragazzini potrà entrare nel cyberspazio cambiando per sempre la società.

Pubblicato su Il Grandevetro.

SOTTO LA SOGLIA. Loghi, consapevolezza e messaggi subliminali.

Avete presente Ornella Muti, quando in alcune delle più significative scene del suo cinema, accende la Multifilter e guarda dritto negli occhi il suo amante o il suo interlocutore?

Io sì. Come dimenticarla. In quelle scene c’era molto più di una sigaretta o di un marchio.
C’era il messaggio che la donna poteva fumare, che si era emancipata, che teneva testa all’uomo e che accendeva Multifilter quando e come voleva.

Ecco, questo è un messaggio subliminale.

In questo articolo non vi parlerò però della Muti, vorrei, invece, invitarvi a prendere piena coscienza del potere che hanno i messaggi in ogni forma di comunicazione, dal logo della nostra azienda al banner che mettiamo su LinkedIn.

Prendere consapevolezza è il primo passo per creare una immagine coerente ma soprattutto efficace, al fine di perseguire il nostro obiettivo.

Il mio lavoro mi ha consentito di progettare molti loghi per aziende più o meno “famose”. Al di là della grandezza o della conoscibilità del brand, ho trovato molte similitudini proprio sull’approccio alla creazione della propria immagine: la non consapevolezza.

Alcune volte mi sono scontrato su queste parole “IL LOGO DELLA MIA AZIENDA DEVE ESSERE BELLO, MAGARI GIALLO E NERO PERCHÉ IL GIALLO PIACE A MIA MOGLIE”.

Un’altra riflessione importante da fare è questa: quel è esattamente l’obiettivo che si vuole raggiungere? Ve lo dico chiaro, deve essere questo:

“VENDERE E CREARE VALORE”.

Quindi come approcciarsi alla creazione dell’immagine?

Partiamo con ordine.
La progettazione di logo/brand personalmente mi impegna molto, visto che “quel simbolo” sarà l’entità, il volto dell’azienda, il tratto che consentirà al proprio prospect la riconoscibilità dell’azienda stessa.

Da dove iniziare?

Secondo me è necessario iniziare dall’individuazione dell’obiettivo, in primis da quello aziendale, cioè “IL PROGETTO DI BUSINESS”.

Faccio un esempio.
Mettiamo che oggi il nostro brand deve rappresentare un prodotto biologico in un mercato locale, quindi il logo probabilmente sarà strutturato con linee verdi, un pittogramma che comunicherà il concetto più alto di “GREEN”.
Poi magari (in assenza di un PROGETTO DI BUSINESS”) tra 5 mesi l’azienda decide di commercializzare prodotti chimici.

Secondo voi sarebbe sostenibile nei confronti del proprio pubblico questo “Progetto di Business”?

Secondo me no.

Avere ben chiaro dove vogliamo arrivare è sempre una mossa vincente.

Una volta ben chiarito il punto d’arrivo, passiamo ad analizzare la strada, il percorso migliore, (quindi il mercato di riferimento) e teniamo conto, per quanto possibile, di prevedere l’eventuale sviluppo del brand.

Adesso siamo pronti per dare spazio alla creatività e a tutti messaggi coscienti e non, che il nostro logo dovrà contenere, quali valori dovrà trasmettere, insomma cosa dovrà comunicare.

Ecco alcuni esempi di loghi di aziende di successo e i loro messaggi:

AMAZON

composizione semplice e ben leggibile. Il Lettering contiene l’estensione .com, visto che è una piattaforma di commercio elettronico.

Quale è il messaggio subliminale contenuto nel logo?

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Nello shop troverai prodotti dalla A alla Z. La freccia che unisce la “a” e la”z”.

VAIO SONY
Uno dei loghi che preferisco anche sotto un punto di vista estetico, è quello di Sony VAIO.
Le sillabe rappresentano un messaggio forte e indelebile:
VA rappresentano infatti un segnale analogico, I O sono invece 1 e 0 del sistema binario,


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Il messaggio non diretto e non cosciente diventa efficace in quanto non ci sono condizionamenti o barriere che potrebbero deformare il messaggio.

Questo non vuole essere né un tutorial, né tantomeno una lezione di marketing, semplicemente raccontare un metodo di lavoro, l’approccio che utilizzo quando progetto un marchio, l’inizio di un percorso strutturato di BRANDING e un piccolo omaggio a una delle donne più belle del mondo.

La nostra Ornella Muti.
A proposito, lo sapete che il suo nome vero è un altro? Francesca. Francesca Rivelli.
In fatto di marchio e di nome brand, ci ha visto lontano 😉