la conversione è lo scopo del personal branding

Personal Branding, tutti ne parlano. Ma basta solo aumentare i “numerini” ?

In questo periodo va di moda parlare di “personal branding” e delle attività online mirate a rendere il proprio brand (immagine) online.

In qualche modo se ne parla a ragion veduta visto che la tendenza è quella che le aziende “ci mettano la faccia” ovvero che siano in qualche modo ricollegate ad una persona che le rappresenti.
Allo stesso tempo, visto che ormai tutte le nostre attività passano dal web, anche i professionisti (architetti, assicuratori, mediatori e molti altri) si stanno muovendo nel crearsi online una propria identità al fine di accrescere la propria popolarità.

Il fine è sempre lo stesso ovvero andare ad intercettare la mail o il contatto di quegli utenti che potrebbero essere interessati ad un prodotto o servizio che l’azienda o il professionista fornisce.

“La conversione è lo scopo del personal branding” ed il valore di una comunità che ti segue o di un database di email sta diventando inestimabile.

Spesso però confondiamo il branding solo con i numeri, ovvero associamo la popolarità di una persona ai follower o agli amici che questa ha sui principali social. In parte sicuramente i numeri servono e sono parte della strategia (la prima) di branding ma i fattori che fanno veramente la differenza come sempre sono i contenuti.

I contenuti spesso non vengono da soli e quindi i numeri servono veramente a poco. Per questo vi dico che è meglio il silenzio. 

Comunque se volete aumentare i vostri “numerini” la soluzione è da ricercare nei vari software online siano questi usati in maniera gratuita o a pagamento. Ce ne sono diversi, io, ad esempio, uso Crowdfire che trovo comodo ed intuitivo sia nella versione desktop che come App. Uso la versione gratuita che lavora con twitter e instagram. Ma prima di iniziare con Crowdfire vi consiglio di leggere questo articolo.

Nell’ ultima release di Crowdfire sono state aggiunte diverse ulteriori funzioni tra cui la possibilità di pubblicare i contenuti direttamente su tutti i social (cosa che sconsiglio visto che ogni social ha bisogno di una sua comunicazione), sia istantaneamente, sia programmando l’ora ed il giorno (i maniaci dei social sanno quando i loro utenti sono più attivi e quindi postano, in genere, quando è più alta la probabilità che il loro post o tweet riceva maggiori visualizzazioni).

Ma come si usa questo attrezzo? Vediamolo.

Di fatto le funzioni più importanti sono le seguenti:

Non seguaci
Permette di visualizzare le persone che non vi seguono e di toglierle dalla vostra lista di utenti seguiti riducendo così, con il tempo, il “numerino“ dei “FOLLOWING” che se è più alto dei “FOLLOWER” è quasi una disgrazia 🙂

Non più seguaci recenti
Qui trovate chi vi ha seguito per qualche istante prima di capire che non gli interessavate e quindi vi ha lasciato. E’ un indicatore da controllare: potete lasciare anche voi chi non vi segue più anche perché altrimenti i “numerini” non tornano!

Copia seguaci
Questa funzione vi permette di andare ad intercettare i seguaci di un altro utente e di chiedere loro il follow. Prendete le persone che hanno interessi simili ai vostri o che si occupano delle stesse attività e copiate! Vi consiglio di non farlo barbaramente ma se avete tempo date almeno un occhio a chi scegliete altrimenti rischiate, in alcuni casi, di trovarvi pieni di stranieri che scrivono in arabo. Per chi poi vi cerca ed ha un po’ di malizia non è bello vedere tutte persone di questo genere.

Automatizza
Funzione interessante che vi consente di inviare un messaggio di benvenuto a tutti coloro che iniziano a seguirvi. Potete inserire una “call to action” (ovvero un link a quello che volte vendere!). Nella versione gratuita ci rimane però il link a Crowdfire. Io personalmente non la uso.

Keyword Follow
Funzione che vi permette di trovare seguaci in base agli hashtag di tendenza o di vostro interesse. In questo momento io la sto usando poco ma per esempio potrebbe interessarvi cercare chi scrive su #webmarketing, se lavorate in questo settore.

Altro
Delle altre funzioni ve ne potete sbattere, almeno in un primo momento (finché non avete un buon numero di utenti) e con tanta pazienza e perseveranza, visto che avete un limite di massimo 50 follow ogni 24 ore (almeno che non compriate la versione a pagamento), ogni giorno usare gli strumenti che vi ho indicato.

Vi ho dato alcune dritte, provate e fatemi sapere e se volete diventare dei “guru” e fare “personal branding” armatevi di tanta pazienza e siate sempre creativi nei vostri post o tweet.

E comunque rimango dell’opinione che: “Fa in modo che il tuo discorso sia migliore del tuo silenzio o taci”

Klout è uno strumento che permette di capire quanto una persona è influente sui Social

Dottore, mi si è abbassato il Klout!

Sono una tipa un po’ pragmatica e mi piace spesso ribadire i concetti affinché si stampino bene nella mente e tu possa trarne concreti benefici.

Sono anche una tipa che ama molto utilizzare le citazioni. In questo caso utilizzerò repetita iuvant!

Infatti l’ho già detto qui ma lo ripeto: sui social non si sta a “pettinare le bambole”o a “girarsi i pollici”. Cioè, lo puoi anche fare ma non ti servirà a molto.  Piuttosto fatti una passeggiata al mare!

Che ci piaccia o no, i social media sono una “cosa seria”.

Oltre ad essere strumenti da integrare in maniera sinergica con altri nelle strategie di digital marketing aziendali o in quelle di branding, rappresentano anche gli specchietti attraverso i quali noi stessi ci mostriamo al mondo e attraverso i quali il mondo ci… “attribuisce un punteggio di valore”!

Sì, sì, hai capito bene: un punteggio di valore.

Come può accadere tutto ciò…?!

Facciamo un breve viaggio insieme, alla fine del quale anche tu potrai scoprire in modo semplicissimo “quanto vali” nel mondo digitale (ovviamente sempre che tu già non lo sappia!).

Esistono, infatti,  algoritmi in grado di stimare e attribuire un valore numerico al “peso” della tua presenza sui social.

Il più famoso in grado di fare questo è Klout.

Questo strumento fornisce Una valutazione della tua influenza, in base al modo in cui la gente interagisce con i contenuti che posti sui social media”, spiega Joe Fernandez, cofondatore e CEO di Klout.

Che cosa fa quindi Klout?

Klout analizza milioni di dati ogni giorno per comprendere chi sono i migliori creatori di contenuti sui social, ed aiutare i brand ad entrare in contatto con queste persone. I risultati di questa analisi sono poi riassunti in un punteggio che viene assegnato a ciascun social addicted una volta che si iscrive a Klout.

Per ottenere i dati che servono, Klout analizza diversi tipi di azioni su 15 diversi social media: il retweet, il like e il reply su Twitter, like, share e commenti su Facebook e così via per aggregarli infine tutti insieme ed elaborare un unico indicatore: i numerino a te assegnato (da 0 a 100)! 🙂

Qual è il punteggio medio su Klout?

Il punteggio medio su Klout si attesta su 41, perciò se il tuo punteggio è superiore a questo numero puoi ritenerti più influente della media degli utilizzatori dei social.

Sopra i 60 punti troviamo produttori di contenuti particolarmente attivi ed ingaggianti.

Ma più si sale col punteggio più è facile rimanere “bloccati”. E’ quindi molto difficile raggiungere punteggi ritenuti particolarmente elevati come ad esempio 80.

Quanto è affidabile Klout?

A questa domanda non posso rispondere con certezza. E forse la domanda stessa è mal posta, nel senso che – più o meno affidabile – l’unica cosa certa è che oggi Klout rappresenta un indicatore standard internazionale dell’influenza di una persona sui social.

Esso, soprattutto in America, viene utilizzato da più di 120 aziende per capire chi sono gli influencer da eventualmente ingaggiare per strategie pubblicitarie. Inoltre molte altre aziende utilizzano questo indicatore nella selezione del personale.

Adesso ti è un po’ più chiaro il concetto che ormai i social sono una cosa seria… Vero?! 🙂

Sì, mi è chiaro, ma insomma… che me frega di Klout?

Infatti. Klout è una di quelle cose che puoi tranquillamente ignorare. Del resto magari lo hai fatto fino ad ora ed hai vissuto bene.

Sostanzialmente usare o no Klout – come del resto un po’ tutto in questo mondo – dipende da te, dai quali sono i tuoi obiettivi ed i motivi che ti spingono ad avere e mantenere una presenza digitale.

Alle aziende, invece, Klout interessa e molto. Probabilmente nel prossimo futuro questo interesse aumenterà e si diffonderà. Questo è già un buon motivo per cui potrebbe interessare anche te!

Già da diverso tempo, ormai, le persone e le aziende cercano le altre persone su Facebook, Twitter, ecc. al fine di carpire più informazioni possibile su di loro ed iniziare a farsi un’idea della personalità, dei talenti, delle passioni e del modo di comunicare se stessi online.

Perciò un passo da fare per costruire una corretta strategia di personal branding è anche quello di “misurare” la propria influenza online da subito.

L’importante è mantenere sempre il lumino della ragione acceso ad illuminare la strada davanti a noi…

Klout è uno strumento che si lega a mille altri strumenti i quali, tutti insieme, a loro volta, vanno a creare il vasto mosaico del mondo digitale. Ognuno di questi può essere importante per i tuoi obiettivi di digital marketing o di personal branding, nessuno di questi  è indispensabile nella vita…

Quindi usa quello che vuoi, per quanto tempo vuoi. Evita però – ti prego – di assuefarti ad essi e di assolutizzarli fino al punto magari di arrivare a dire: “Dottore! Mi si è abbassato il Klout… ho perso influenza … non so più chi sono!”.

Tanto più che per il tuo dottore l’influenza è un’altra cosa…

Sii social responsabilmente!!! 🙂

PS: Klout non è l’unico strumento per la misurazione dell’influenza online delle persone. Ce ne sono altri che in futuro affronteremo in altri articoli sempre su questi schermi!

Frammenti di aperitivi social

Fare un aperitivo o 4 chiacchiere con Debora, ha un sapore diverso da altri aperitivi o caffè.
Non è un aperitivo che finisce con “via, alla prossima!”. E no. Un aperitivo con Debora lascia strascichi.

C’è chi dice che “irradia”, che ha una energia molto forte. Io non riesco a farne a meno.
Cioè ciclicamente devo vederla e confrontarmi con lei. Ogni tanto devo assumerla.

E’ un’amica, una ex compagna di Master quando ancora eravamo giovani e innocenti e, soprattutto, è uno specchio potentissimo. A me fa così.

Ieri è arrivata all’appuntamento di corsa, un po’ trafelata e con un gran sorriso. Per annunciarmi il suo ritardo (sei quasi sempre in ritardo Debora, lo posso dire? 🙂 ), ci siamo scambiate qualche SMS (no, niente whatsapp) che riporto qui (grigio Deb, verde io)

conversazione_sms

Ci siamo abbracciate, a me piace molto stringerla forte e il nostro aperitivo Kafkiano è iniziato.
Nel senso proprio di metamorfosi.

Di solito noi parliamo di 8 miliardi di cose in circa un paio di ore. Mi correggo, parliamo di 8 miliardi di volte “noi”. Le sfaccettature della vita, delle persone che incontriamo (alcune meravigliose, altre molto meno) e di come ci infiliamo in queste sfaccettature.

Birra scura. Se è buona, è una gioia berla. Avvolge, è più morbida della bionda. Riesce quasi ad arrivare a una forma “meditativa” tipica del vino rosso.

Insomma tra un progetto e l’altro e qualche nome davvero altisonante che dovrebbe intervistare [Deb scrive molto bene. Una scrittura introspettiva e complessa, mai banale. Sottile e ironica. Di fantasia. Molto reale. Troppo a volte. Preziosa. E quando fa interviste non son proprio tali. Diventano conversazioni], arriva quella riflessione “strascico”.
Quella che ti porti dietro, non finisce con l’aperitivo.

“Vedi Francesca, con i social la letteratura che potrebbe essere letteratura, muore. Per il fatto semplice che un tempo chi sentiva l’esigenza o la chiamata a raccontare, raccoglieva i suoi appunti in un unico luogo, spesso un taccuino, o anche tanti pezzettini di carta. Adesso il pensiero che si ha si frammenta, si sbriciola negli spazi-social. Ma diventando subito “pubblico”, ogni pensiero, si sgonfia nell’illusione stessa di essere soddisfatto – già completo e compiuto – subito dopo averlo “postato”. E’ già il successore di se stesso. E il respiro ampio, da cui nasce la letteratura, si polverizza. Mi consola il fatto che nei blog tutta questa polvere possa essere polvere da sparo. Con la scintilla giusta”.

Eh già Deb. Il dubbio di sempre e una grande consapevolezza: chi fa Marketing deve trovare una strategia di visibilità che possa cogliere tutte le sfaccettature, che renda fruibile e conosciuto un (s)oggetto e non lo frammenti nello spazio del web.
Tuttavia, (riflettevo mentre Deb mi parlava) è il nostro pensiero che ad oggi è frammentato. Non reggiamo più articoli lunghi, o meglio, se lo facciamo dobbiamo deciderlo. Prenderci tempo. Come per un testo di letteratura.

E come possono rendere giustizia i social alla letteratura?
Si può accennare qualcosa poi la profondità la restituisce il libro.
Possiamo incuriosire, dare un là. E fare quell’operazione complessa di tradurre in immagine la complessità di un romanzo, di un libro.

A ogni cosa, il suo Marketing. A ogni storia, la persona.
Le ricette preconfezionate vanno bene solo nel microonde.

Ecco perché bisogna parlarci con le persone, ascoltarle (in generale nella vita, ma anche sul lavoro).
E anche facendo questo si sbaglierà mille volte. Ma uno sbaglio ragionato, ha la possibilità di trasformarsi nella soluzione giusta. Una scelta preconfezionata, rimarrà solo un vuoto packaging.

[La Mora-le]

All’affermazione che a volte sento e che mi viene detta da persone tra loro anche molto differenti “Non serve a nulla stare sui social”, rispondo così:
“Se ci si sta frammentati. Altrimenti, diventa uno spazio in cui “irradiarsi”.
E si deve avere una gran bella luce dentro. Come Debora.

Susan Kare

Susan Kare – Pioniera della Pixel Art

Durante una della notti insonni stavo girando sulla rete curiosando in particolare nella storia di Apple e della sua nascita e crescita. Ovviamente come tutti mi ero focalizzato sulla figura di Steve Jobs e della sua vita fuori e dentro la Apple passando fra le varie interpretazioni del personaggio sia negative che positive ( a me piacciano quelle positive ).

Senza dubbio rimane una figura unica, un genio che ha contribuito allo sviluppo della tecnologia a livello mondiale.

Pian piano che leggevo vari aneddoti, storie e vedevo immagini maturavo l’idea che Jobs ha avuto anche, non so se per caso o per genio, la fortuna di avere al suo fianco dei collaboratori fantastici, anche loro dei geni, che anch’essi a loro modo hanno contribuito alla sua fama ed a quella del marchio Apple.

In particolare sono rimasto affascinato da due collaboratori, due donne due miti:

Susan Kare parte del team Mac iniziale, con il compito di progettare il design delle icone e della ‘user interface’. Il suo stile minimalista è stato ripreso da designer di tutto il mondo, diventando un modello.

Sarah Clark che nei due anni necessari alla compilazione del codice “Newton platform” non lasciò quasi mai il suo ufficio pur avendo un figlio neonato che portava con sé. Il Newton prometteva la facilità d’uso combinata con un sistema di riconoscimento della scrittura e persino un riconoscimento vocale (anche se solo in inglese e solo per alcuni modelli). Pur non avendo avuto successo il sistema Newton continuò ad avere un certo seguito.

Delle due, data la mia passione per il design, sono rimasto incantato dal genio e dalla storia di  Susan Kare pioniera della Pixel Art che disegnò molti dei font, delle icone e degli elementi grafici del Mac OS.

Fra le sue opere più famose ci sono:

I FONT: Chicago, Cairo, Geneva
font

LE ICONE: Dogcow, Mac felice, simbolo del tasto comando
icone

Fra le sue opere ci sono:

  • parte dell’interfaccia grafica di Windows 3.1
  • le carte del celeberrimo Solitario
  • parte di OS/2 e di Nautilus
  • le icone per i “regali” virtuali presenti su Facebook

Notizia delle ultime ore è che la Kare farà parte del team dei creativi di Pinterest, non come rappresentante dell’azienda, ma lavorerà a tempo pieno per la grafica del sito.

Per maggiori dettagli http://www.kare.com/ dove trovate il fantastico portfolio di Susan e lo store http://www.kareprints.com/ dove potete comprare le stampe autografe in edizione limitata delle sue più famose creazioni. Io un paio le acquisto!

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Alla fine che dire, è evidente che il successo di un’azienda, ed in questo caso anche di una persona, deriva molto spesso anche dalla genialità dei propri collaboratori.
N.B. Le donne stanno un passo avanti !!

Perché Tesene? Tutti lo chiedono, ecco come nasce il nome

Mi capita spesso che clienti o collaboratori, mi chiedano questo: “ma cosa significa Tesene? Da dove nasce?”

Ecco svelato l’arcano.

La storia nasce nel lontano 2000 quando io ed il mio compagno di (s)ventura 🙂 Tommaso decidemmo di far nascere questa agenzia web.

In un primo momento, presi dall’entusiasmo e da qualche mania di grandezza (credo sia valido per tutti gli imprenditori), ci focalizzammo verso uno dei nomi più famosi e conosciuti in fatto di società.
ACME, l’azienda immaginaria nel cartone animato Road Runner e Wile E. Coyote.

Il nostro obiettivo principale comunque, era individuare un nome che avesse tutte le estensioni principali di dominio libere per poter proteggere il marchio da eventuali acquisti di terze persone (o di un Bugs Bunny particolarmente aggressivo).
Al tempo (ed anche oggi) i domini erano oggetto di forti speculazioni e ladrocini ed era molto comune, non essendo completa la relativa legislazione, sentire di domini venduti a cifre esorbitanti. (Qualcuno c’ha fatto i soldi).

Evidentemente il dominio ACME era stra-occupato anche nelle estensioni del Burundi e decidemmo (per fortuna) di inventarci un nome diverso.
Non oso ripetere qui le assurdità e le castronerie che vennero fuori compreso un bel “Puppa” :-).

Solo dopo qualche tempo e per caso, abbiamo scoperto che i prodotti della finzione Acme Corporation non solo erano generici, (A Company Making Everything – ossia azienda che produce qualsiasi cosa), ma anche soggetti a errori e che quindi l’origine greca della parola ACME (ακμή – eccellenza) era stata usata in senso ironico.

Quindi niente ACME ma w Road Runner e Wile E. Coyote!

Alla fine, presi dallo sconforto, credo Tommaso, ebbe un’ intuizione geniale “prendiamo delle parole che riconducano al nostro business e proviamo a mischiarle”.
Prova e riprova, venne fuori Tesene. Suonava bene e approvammo!
I DOMINI ERANO LIBERI (ci voleva “di morto”, traduz. dal pisano: TANTO)

Te = Tecnologia
Se = Servizi
Ne = Network

A chi me lo chiede, ora posso dire vai sul blog e leggilo. Finalmente!! 🙂

E ora i Loghi.
Il primo logo di Tesene (mi raccomando altrimenti Tommaso si incavola il logo è quello blu ovvero la piastra)

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L’evoluzione del logo (deh ci hanno smussato gli angoli)

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L’ultima release del logo (in cui viene stilizzato il tornado che era l’immagine principale di Tesene unita ad una citazione)

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The Hole in the Wall Project

Quando penso a un muro, e in questo momento storico siamo in molti a pensare ai muri, immagino di farci un buco per osservare che cosa succede dall’altra parte. Questo è più o meno ciò che ha fatto lo scienziato indiano Sugata Mitra, ricercatore capo della Niit, multinazionale indiana delle tecnologie per l’istruzione, nonché professore di Educational Technology alla School of Education, Communication and Language Sciencies della Newcastle University,UK.

Nel 1999 Mitra si pone la seguente domanda: che cosa accade all’istruzione quando ci si allontana dai centri urbani di paesi come l’India dove nessun insegnante vuole andare? Oppure, quando ci si allontana dai ricchi sobborghi delle grandi aree metropolitane di tutto il mondo, per andare negli slum dove la dinamica sociale ed economica è dettata dal ‘noi’ e ‘loro’?

Mitra, ispirandosi al monolite nero di Kubrik che appare all’improvviso, non si sa da dove, e che non si sa a cosa serva tranne che riesce a sviluppare l’ingegno umano, decide di rispondersi facendo un buco nel muro che separa il suo ufficio di Delhi da una baraccopoli, ci mette dentro un PC, ci installa internet e lo lascia così a disposizione. Poi nasconde una telecamera su un albero a destra del muro e inizia ad osservare.

Circa 8 ore dopo trova un bimbo di 8 anni che sta insegnando a navigare ad una bambina di 6. In breve tempo si forma un folto gruppo di bimbi di cui uno scopre un programma per disegnare stupendo tutti, compreso se stesso, con le sue doti di artista e diventa una star.

Mitra pensa che qualcuno del suo ufficio possa aver insegnato ai bambini ad usare la macchina, allora decide di portare l’esperimento fuori da Delhi, in luoghi dove è sicuro che “nessuno ha mai insegnato qualcosa a qualcuno”. Ecco ciò che osserva: dopo pochi minuti un  bambino arriva al chiosco per giocherellare con il touchpad. Molto presto intuisce che quando sposta le dita qualcosa si muove sullo schermo. Più tardi dirà a Mitra: “Non avevo mai visto un televisore dove ci puoi fare qualcosa”. Dopo 8 minuti, sta navigando, allora chiama tutti i bambini del vicinato che accorrono e guardano cosa sta succedendo. Entro la sera di quel giorno, 70 bambini navigano nel web.

In un villaggio dove non ci sono gli insegnanti di inglese, Mitra prepara il solito buco-nel-muro e lascia il PC con molti CD in inglese, in quel luogo ameno non c’è internet. Torna sul posto 3 mesi dopo e trova al chiosco 2 bambini che appena lo vedono gli chiedono un processore più veloce e un mouse migliore! Mitra osserva che questi bambini stanno impiegando 200 parole inglesi, pronunciate male, ma usate correttamente, anche nella conversazione corrente. Non solo, i bambini hanno creato una nuova lingua, una Hindi dell’informatica, ad esempio il cursore è il sui, l’ago, e la clessidra, oggetto del tutto sconosciuto a loro, è il samru, il tamburo di Shiva.

Mitra ha scoperto che i bambini dai 6 ai 13 anni, in gruppo, evitando l’intervento degli adulti, possono auto-apprendere se hanno accesso ad un computer, d’altra parte, osserva, “tutti i sistemi naturali sono auto-organizzanti: galassie, molecole, cellule, organismi”. Pur guardando agli insegnamenti di Freud, Tagore, Aurobindo, Montessori, Piaget e Vygotsky, egli afferma, molto pragmaticamente: “ora essi non ci sono più, oggi ci sono creazioni come google, wiki, skype, moodle che fanno progredire la nuova istruzione”.

Ora, si potrebbe aprire un dibattito sulle conclusioni a cui arriva Mitra, fatto sta che comunque è innegabile che lo Hole in the Wall Project abbia ottenuto dei risultati tangibili, al punto che attualmente esistono decine di chioschi a Delhi e numerosi altri sono stati esportati in tutta l’India, ed anche al di fuori entrando a far parte di più vasti progetti e destando l’interesse della Banca Mondiale.

Non a caso, se Danny Boyle si è ispirato a Vikas Swarup, per Slumdog Millionaire, Swarup, a sua volta, si è ispirato proprio a Sugata Mitra e al suo hole in the wall .

Allora non ci resta che augurarci, almeno per i paesi dove il divario digitale tiene al margine della società interi vasti settori della popolazione, che la silenziosa rivoluzione informatica iniziata da Sugata Mitra e dalla Niit Technologie, in prima linea nel combattere il digital divide, faccia sì che il “buco nel muro” possa divenire la porta attraverso cui un gran numero di ragazzine e ragazzini potrà entrare nel cyberspazio cambiando per sempre la società.

Pubblicato su Il Grandevetro.

SOTTO LA SOGLIA. Loghi, consapevolezza e messaggi subliminali.

Avete presente Ornella Muti, quando in alcune delle più significative scene del suo cinema, accende la Multifilter e guarda dritto negli occhi il suo amante o il suo interlocutore?

Io sì. Come dimenticarla. In quelle scene c’era molto più di una sigaretta o di un marchio.
C’era il messaggio che la donna poteva fumare, che si era emancipata, che teneva testa all’uomo e che accendeva Multifilter quando e come voleva.

Ecco, questo è un messaggio subliminale.

In questo articolo non vi parlerò però della Muti, vorrei, invece, invitarvi a prendere piena coscienza del potere che hanno i messaggi in ogni forma di comunicazione, dal logo della nostra azienda al banner che mettiamo su LinkedIn.

Prendere consapevolezza è il primo passo per creare una immagine coerente ma soprattutto efficace, al fine di perseguire il nostro obiettivo.

Il mio lavoro mi ha consentito di progettare molti loghi per aziende più o meno “famose”. Al di là della grandezza o della conoscibilità del brand, ho trovato molte similitudini proprio sull’approccio alla creazione della propria immagine: la non consapevolezza.

Alcune volte mi sono scontrato su queste parole “IL LOGO DELLA MIA AZIENDA DEVE ESSERE BELLO, MAGARI GIALLO E NERO PERCHÉ IL GIALLO PIACE A MIA MOGLIE”.

Un’altra riflessione importante da fare è questa: quel è esattamente l’obiettivo che si vuole raggiungere? Ve lo dico chiaro, deve essere questo:

“VENDERE E CREARE VALORE”.

Quindi come approcciarsi alla creazione dell’immagine?

Partiamo con ordine.
La progettazione di logo/brand personalmente mi impegna molto, visto che “quel simbolo” sarà l’entità, il volto dell’azienda, il tratto che consentirà al proprio prospect la riconoscibilità dell’azienda stessa.

Da dove iniziare?

Secondo me è necessario iniziare dall’individuazione dell’obiettivo, in primis da quello aziendale, cioè “IL PROGETTO DI BUSINESS”.

Faccio un esempio.
Mettiamo che oggi il nostro brand deve rappresentare un prodotto biologico in un mercato locale, quindi il logo probabilmente sarà strutturato con linee verdi, un pittogramma che comunicherà il concetto più alto di “GREEN”.
Poi magari (in assenza di un PROGETTO DI BUSINESS”) tra 5 mesi l’azienda decide di commercializzare prodotti chimici.

Secondo voi sarebbe sostenibile nei confronti del proprio pubblico questo “Progetto di Business”?

Secondo me no.

Avere ben chiaro dove vogliamo arrivare è sempre una mossa vincente.

Una volta ben chiarito il punto d’arrivo, passiamo ad analizzare la strada, il percorso migliore, (quindi il mercato di riferimento) e teniamo conto, per quanto possibile, di prevedere l’eventuale sviluppo del brand.

Adesso siamo pronti per dare spazio alla creatività e a tutti messaggi coscienti e non, che il nostro logo dovrà contenere, quali valori dovrà trasmettere, insomma cosa dovrà comunicare.

Ecco alcuni esempi di loghi di aziende di successo e i loro messaggi:

AMAZON

composizione semplice e ben leggibile. Il Lettering contiene l’estensione .com, visto che è una piattaforma di commercio elettronico.

Quale è il messaggio subliminale contenuto nel logo?

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Nello shop troverai prodotti dalla A alla Z. La freccia che unisce la “a” e la”z”.

VAIO SONY
Uno dei loghi che preferisco anche sotto un punto di vista estetico, è quello di Sony VAIO.
Le sillabe rappresentano un messaggio forte e indelebile:
VA rappresentano infatti un segnale analogico, I O sono invece 1 e 0 del sistema binario,


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Il messaggio non diretto e non cosciente diventa efficace in quanto non ci sono condizionamenti o barriere che potrebbero deformare il messaggio.

Questo non vuole essere né un tutorial, né tantomeno una lezione di marketing, semplicemente raccontare un metodo di lavoro, l’approccio che utilizzo quando progetto un marchio, l’inizio di un percorso strutturato di BRANDING e un piccolo omaggio a una delle donne più belle del mondo.

La nostra Ornella Muti.
A proposito, lo sapete che il suo nome vero è un altro? Francesca. Francesca Rivelli.
In fatto di marchio e di nome brand, ci ha visto lontano 😉

Instagram è una piattaforma davvero molto adatta per il marketing non convenzionale basato sulle immagini.

Instagram come strumento di branding

C’è “vita vera” dentro i social network.

Sbaglia chi pensa che nei social si vada per  trascorrere il tempo a “pettinare le bambole” e che sia ancora possibile stare dentro i social volendo dare di noi o della nostra azienda una immagine non rispondente a quella della vita “reale”.

La dicotomia tra “vita reale” e “vita digitale” non esiste più (sempre che sia mai esistita …). C’è “una” vita che si svolge simultaneamente dentro e fuori dai social. E’ per questo che la filosofia da seguire quando ci si approccia al mondo dei social ormai è solo quella dell’integrazione: riportare online ciò che avviene offline e viceversa.

Se questo vale per chiunque di noi, tanto più vale per i brand, sia nel loro primo approccio ai social, sia per quelli che già li presidiano da molto tempo.

Esistono ormai molti “luoghi” dove i brand possono inserirsi e raccontarsi ai propri interlocutori con lo scopo finale di creare brand awareness, fidelizzare chi già è cliente, portandolo magari anche a farsi ambasciatore del marchio e naturalmente trovare anche nuovi clienti.

Ma questo processo con i social diventa più lungo, probabilmente più lento nella generazione dei risultati finali e forse anche più intimo: infatti per ispirare fiducia nel consumatore oggi un brand deve raccontare molto di se stesso. Se volete che le persone si ricordino di voi, della vostra attività, della vostra azienda, raccontate loro una storia avvincente, coerente e sincera. E fatta sempre più di contenuti visuali. Immagini e video, infatti, hanno la peculiarità di essere subito fruibili, di evocare immediatamente emozioni e quindi di rendere maggiore e più immediata l’interazione.

E’ per questo che vi voglio parlare di uno strumento che potrà aiutarvi in questo, probabilmente il social principe per quanto riguarda la diffusione di immagini: Instagram.

Instagram è una applicazione mobile (si può utilizzare solo da dispositivi mobili) che permette di fare foto ed editarle attraverso appositi filtri gestibili dall’applicazione stessa ed anche attraverso l’utilizzo di vari tool esterni per l’editing.

I suoi punti di forza sono i seguenti:

  • È gratuito.
  • È estremamente intuitivo e concepito in maniera tale da stimolare la creatività di chiunque!
  • Ha una forte capacità di generare engagement (commenti e like), molto maggiore per esempio di quella di Facebook, sia per la minore complessità di funzionamento rispetto a Facebook, sia per il tipo di contenuti che gestisce.
  • Uno studio di Simplymeasured ha evidenziato come le interazioni si sviluppino dal momento della pubblicazione per le 5 ore successive, poi si esauriscano. Questo è un tempo di “sopravvivenza” molto maggiore di quello dei post su Facebook (stimate mediamente 2 ore) o di un cinguettio su Twitter (3 minuti!). Tuttavia i contenuti di qualità riescono a generare engagement anche per molti giorni successivamente alla pubblicazione.
  • Dato il punto precedente, Instagram è quindi un “luogo” ideale per trovare follower e creare community.

Come si comporta un “buon brand” su Instagram?

  • Un brand deve mantenere una costante frequenza di pubblicazione: almeno una immagine al giorno.
  • Attribuire alle foto degli #hashtag possibilmente originali che permettano di riconoscere univocamente il brand. Il limite massimo di #hashtag inseribili per ogni immagine è 30, però è consigliabile non inserirne più di 7-10. Un #hashtag non deve essere mai troppo generico (esempio: #mare, #amore…) perché ovviamente più generico è più sarà utilizzato da un grande numero di utenti e meno sarà in grado di caratterizzare l’immagine. L’ideale è inventare degli #hashtag pertinenti all’immagine ma originali e poco utilizzati in modo tale da aumentare la possibilità che le vostre immagini siano trovate.
  • Mantenere una presenza attiva (seguire, commentare, mettere like).
  • Creare relazioni in particolare con chi ha gli stessi interessi. Questo nella pratica può essere fatto attraverso le @mention di altre persone o brand (senza spammare!!!).
  • Pubblicare immagini dei prodotti, offerte speciali, promozioni particolari.
  • Personalizzare lo stile e le proprie creatività.
  • “Newsjacking”: cioè sfruttare una notizia importante del giorno, un evento, una ricorrenza, una festività per creare e pubblicare delle immagini a tema.
  • Geolocalizzare le immagini. E’ una attività fondamentale perché permette di ordinare le proprie immagini in categorie di interesse e quindi aumenta le possibilità di entrare in relazione con altri utenti che hanno i nostri stessi interessi.

Voglio farvi un esempio virtuoso di utilizzo di Instagram che mi è capitato sotto gli occhi proprio poco prima di mettermi a scrivere questo articolo. Riguarda il caso di un fotografo che, grazie ad Instagram, ha ampliato l’offerta dei suoi servizi fotografici per matrimoni. Utilizzando Instagram, infatti, egli mette a disposizione degli sposi che lo desiderano, la possibilità di vedere in tempo reale, su uno schermo di grandi dimensioni, le fotografie scattate qualche istante prima dagli ospiti con i loro smartphones, attribuendo loro un  #hashtag originale scelto dagli sposi. Inutile sottolineare il divertimento e l’atmosfera di partecipazione e condivisione che si viene a creare fra gli invitati e che sta facendo andare a ruba il servizio offerto!

Instagram è una piattaforma davvero molto adatta per il marketing non convenzionale basato sulle immagini.

Inoltre è ancora un “terreno parzialmente inesplorato” nel senso che è più semplice ed immediato creare engagement senza dover investire in advertising , diversamente da quello che accade in altri social network più noti.

In un’ottica di progettazione di una nuova strategia di marketing digitale, si tratta di uno strumento – chiaramente da integrare con altri – che non è assolutamente da sottovalutare.

dispiegare vele

Tutto molto “Personal”. Marketing, Vento e Vele.

Domenica sono stata in barca a vela. Una bella domenica sul mare.
Nel senso letterale del termine.

Quale è l’attinenza tra la barca a vela e il (personal) marketing?

Sono due:

  1. Chi fa questo lavoro a mio parere deve innanzi tutto essere curioso. Chi si occupa di marketing deve approfondire, vivere le cose e sperimentare. Altrimenti se non si hanno queste caratteristiche si sta facendo altro. E non parlo solo di barca a vela, anche di cose meno fighe. In generale bisogna essere curiosi.
  2. Non esistono venti a favore o no. Esistono venti. E prima o poi soffiano. Basta, a quel punto, dispiegare le vele. Se sappiamo dove vogliamo andare.

Dispiegare le vele.
Sembra facile. Sembra che si mettano da sole cosi’

vela

e che prendano il vento giusto quasi per magia.

Ma non funziona così. Proprio per nulla.

Ci vogliono diversi fattori per far andare bene le proprie vele.

Un po’ come nel Marketing e nella vita in generale.

Il raggiungimento o meno degli obiettivi prefissati e dei sogni nel cassetto, prevede una serie numerosa di azioni e di fattori.
Non parlo di successo, non parlo di raggiungimento del successo.
Lo trovo un concetto stra usato, banale e che impoverisce in un’unica parola – peraltro composta da due parole su(c)cesso – un percorso, un viaggio: quello verso i nostri desideri, i nostri sogni.

Il successo è un concetto contemporaneo, inculcato da chi ha bisogno di scrivere libri a riguardo e con questi regalare la formuletta magica per raggiungerlo.
Si, ma quando mai.
Il raggiungimento dei propri obiettivi (che non sono altro che desideri con la data di scadenza -cit-), ha a che fare con una serie di azioni che a loro volta hanno a che fare con noi stessi, con un percorso da fare su noi stessi.

Perché sapete che succede? Succede che ci sono persone che non accettano proprio di riuscire nella vita.
Non ci riescono in senso di “fisica”. Qualcosa le blocca, qualcosa di inconscio, magari proprio un secondo prima di avere in mano il proprio oggetto del desiderio.

Poi ci sono anche quelle (e oggi sono tante) che sbandierano le loro grandissime vittorie a destra e a manca. Fanno passare delle cose molto, molto banali, come delle scoperte del prossimo secolo.
Ecco, questi al primo NO vero collassano.

E la chiave di lettura, sta proprio qui. Nel come ci si racconta. Nel modo in cui raccontiamo la nostra storia e noi stessi.
Come ci raccontiamo è come ci rappresentiamo nel mondo. Ed è quello che arriva agli altri.

Il personal marketing, torniamo lì.
Ha a che fare con il nostro approccio al mondo, con l’autostima, con un processo di empowerment.

Perché gli obiettivi e i sogni vanno coltivati. Richiedono costanza, pazienza e determinazione.
E una gran dose di curiosità (e anche di culo. Quello se c’è, dà una gran mano).

Aspettiamo il vento giusto per noi, prima o poi arriva. Facciamoci trovare pronti a dispiegare le vele.
Andiamo, salpiamo, muoviamoci verso i nostri orizzonti e desideri.
Nessuno ce lo può impedire e già dal primo vento preso, già solo perché ci stiamo credendo, inizia il sogno.
Inizia a farsi concreto il desiderio.

Io, qui, metto 7 cose + 1 su cui vi invito a riflettere…Un primo approccio al personal marketing.

  1. Puntate su voi stessi! Siete il vero “strumento” (di marketing) a vostra disposizione.
  2. Capite i vostri punti unici e di forza.
  3. Lavorate sugli aspetti da migliorare (un corso si acquista subito, lo stesso un libro. Un buon modo di presentarsi…….mmm… si impara, con il tempo!).
  4. Conoscetevi! Se è vero che l’altro non si conosce mai abbastanza, la stessa cosa vale proprio per noi stessi. Sarà un viaggio molto interessante.
  5. Mettetevi in gioco. Riflettete su quello che non è andato bene, senza abbattervi. Si cade solo se si cammina.
  6. Abbiate fiducia in voi stessi. Se non ne avete voi per primi, come fanno gli altri ad averne??
  7. Divertitevi. Le strategie migliori nascono da un sorriso inaspettato.

7 + 1. Dispiegate le vostre vele. E’ un po’ come aprire le ali…

Buon vento a tutti.

P.S. Questo articolo non vuole essere una guida per velisti sull’ autostima, non un nuovo capitolo de “l’arte della guerra”, né pillole di marketing per essere vincenti.
NO, ASSOLUTAMENTE NO.
Sarebbe FUMO. E io qui, parlo di vento 😉

Il mio concetto di web 3.0 ha a che fare con la terra

Qualche giorno fa ho pubblicato questa immagine. Non mi ha sorpreso non vedere interazioni sul post. Perché associare la terra e delle mani sporche al concetto di web 3.0 è un po’ da folli, o quantomeno particolari!

Un sacco di persone parlano di Web 3.0 ma in realtà non solo non esiste, ma di fatto nessuno sa bene cosa sarà, visto che una definizione unica non esiste ed è difficile darla.

Per me la cosa che più si avvicina è proprio la terra. La coltivazione della terra per essere precisi.

In questi 5 punti:

Ci si deve sporcare le mani senza troppe chiacchiere.

Curare il cliente come se fosse un germoglio appena spuntato dalla terra.

Dobbiamo nutrirlo di informazioni

Crescere insieme a lui senza riempirlo di troppe nozioni

Fornirgli dei risultati

E quando ha raggiunto la sua piena crescita gioire con lui per i risultati ottenuti e raccogliere i frutti del comune sforzo.

Io vivo nel backstage del web, tutti i giorni sudo sulla tastiera il “pane quotidiano”.
E ho studiato agronomia, ho dato un sacco di esami di chimica. A me le cose, devon tornare come una formula. I discorsi al vento. Che vadano a concimare altrove.

Il futuro sarà per quelli che hanno seminato nel modo giusto ed hanno aspettato con pazienza di vedere i propri frutti.

Si perché in natura i frutti sono il mezzo per creare altri semi.

#telodiceilduca