Perché Tesene? Tutti lo chiedono, ecco come nasce il nome

Mi capita spesso che clienti o collaboratori, mi chiedano questo: “ma cosa significa Tesene? Da dove nasce?”

Ecco svelato l’arcano.

La storia nasce nel lontano 2000 quando io ed il mio compagno di (s)ventura 🙂 Tommaso decidemmo di far nascere questa agenzia web.

In un primo momento, presi dall’entusiasmo e da qualche mania di grandezza (credo sia valido per tutti gli imprenditori), ci focalizzammo verso uno dei nomi più famosi e conosciuti in fatto di società.
ACME, l’azienda immaginaria nel cartone animato Road Runner e Wile E. Coyote.

Il nostro obiettivo principale comunque, era individuare un nome che avesse tutte le estensioni principali di dominio libere per poter proteggere il marchio da eventuali acquisti di terze persone (o di un Bugs Bunny particolarmente aggressivo).
Al tempo (ed anche oggi) i domini erano oggetto di forti speculazioni e ladrocini ed era molto comune, non essendo completa la relativa legislazione, sentire di domini venduti a cifre esorbitanti. (Qualcuno c’ha fatto i soldi).

Evidentemente il dominio ACME era stra-occupato anche nelle estensioni del Burundi e decidemmo (per fortuna) di inventarci un nome diverso.
Non oso ripetere qui le assurdità e le castronerie che vennero fuori compreso un bel “Puppa” :-).

Solo dopo qualche tempo e per caso, abbiamo scoperto che i prodotti della finzione Acme Corporation non solo erano generici, (A Company Making Everything – ossia azienda che produce qualsiasi cosa), ma anche soggetti a errori e che quindi l’origine greca della parola ACME (ακμή – eccellenza) era stata usata in senso ironico.

Quindi niente ACME ma w Road Runner e Wile E. Coyote!

Alla fine, presi dallo sconforto, credo Tommaso, ebbe un’ intuizione geniale “prendiamo delle parole che riconducano al nostro business e proviamo a mischiarle”.
Prova e riprova, venne fuori Tesene. Suonava bene e approvammo!
I DOMINI ERANO LIBERI (ci voleva “di morto”, traduz. dal pisano: TANTO)

Te = Tecnologia
Se = Servizi
Ne = Network

A chi me lo chiede, ora posso dire vai sul blog e leggilo. Finalmente!! 🙂

E ora i Loghi.
Il primo logo di Tesene (mi raccomando altrimenti Tommaso si incavola il logo è quello blu ovvero la piastra)

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L’evoluzione del logo (deh ci hanno smussato gli angoli)

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L’ultima release del logo (in cui viene stilizzato il tornado che era l’immagine principale di Tesene unita ad una citazione)

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The Hole in the Wall Project

Quando penso a un muro, e in questo momento storico siamo in molti a pensare ai muri, immagino di farci un buco per osservare che cosa succede dall’altra parte. Questo è più o meno ciò che ha fatto lo scienziato indiano Sugata Mitra, ricercatore capo della Niit, multinazionale indiana delle tecnologie per l’istruzione, nonché professore di Educational Technology alla School of Education, Communication and Language Sciencies della Newcastle University,UK.

Nel 1999 Mitra si pone la seguente domanda: che cosa accade all’istruzione quando ci si allontana dai centri urbani di paesi come l’India dove nessun insegnante vuole andare? Oppure, quando ci si allontana dai ricchi sobborghi delle grandi aree metropolitane di tutto il mondo, per andare negli slum dove la dinamica sociale ed economica è dettata dal ‘noi’ e ‘loro’?

Mitra, ispirandosi al monolite nero di Kubrik che appare all’improvviso, non si sa da dove, e che non si sa a cosa serva tranne che riesce a sviluppare l’ingegno umano, decide di rispondersi facendo un buco nel muro che separa il suo ufficio di Delhi da una baraccopoli, ci mette dentro un PC, ci installa internet e lo lascia così a disposizione. Poi nasconde una telecamera su un albero a destra del muro e inizia ad osservare.

Circa 8 ore dopo trova un bimbo di 8 anni che sta insegnando a navigare ad una bambina di 6. In breve tempo si forma un folto gruppo di bimbi di cui uno scopre un programma per disegnare stupendo tutti, compreso se stesso, con le sue doti di artista e diventa una star.

Mitra pensa che qualcuno del suo ufficio possa aver insegnato ai bambini ad usare la macchina, allora decide di portare l’esperimento fuori da Delhi, in luoghi dove è sicuro che “nessuno ha mai insegnato qualcosa a qualcuno”. Ecco ciò che osserva: dopo pochi minuti un  bambino arriva al chiosco per giocherellare con il touchpad. Molto presto intuisce che quando sposta le dita qualcosa si muove sullo schermo. Più tardi dirà a Mitra: “Non avevo mai visto un televisore dove ci puoi fare qualcosa”. Dopo 8 minuti, sta navigando, allora chiama tutti i bambini del vicinato che accorrono e guardano cosa sta succedendo. Entro la sera di quel giorno, 70 bambini navigano nel web.

In un villaggio dove non ci sono gli insegnanti di inglese, Mitra prepara il solito buco-nel-muro e lascia il PC con molti CD in inglese, in quel luogo ameno non c’è internet. Torna sul posto 3 mesi dopo e trova al chiosco 2 bambini che appena lo vedono gli chiedono un processore più veloce e un mouse migliore! Mitra osserva che questi bambini stanno impiegando 200 parole inglesi, pronunciate male, ma usate correttamente, anche nella conversazione corrente. Non solo, i bambini hanno creato una nuova lingua, una Hindi dell’informatica, ad esempio il cursore è il sui, l’ago, e la clessidra, oggetto del tutto sconosciuto a loro, è il samru, il tamburo di Shiva.

Mitra ha scoperto che i bambini dai 6 ai 13 anni, in gruppo, evitando l’intervento degli adulti, possono auto-apprendere se hanno accesso ad un computer, d’altra parte, osserva, “tutti i sistemi naturali sono auto-organizzanti: galassie, molecole, cellule, organismi”. Pur guardando agli insegnamenti di Freud, Tagore, Aurobindo, Montessori, Piaget e Vygotsky, egli afferma, molto pragmaticamente: “ora essi non ci sono più, oggi ci sono creazioni come google, wiki, skype, moodle che fanno progredire la nuova istruzione”.

Ora, si potrebbe aprire un dibattito sulle conclusioni a cui arriva Mitra, fatto sta che comunque è innegabile che lo Hole in the Wall Project abbia ottenuto dei risultati tangibili, al punto che attualmente esistono decine di chioschi a Delhi e numerosi altri sono stati esportati in tutta l’India, ed anche al di fuori entrando a far parte di più vasti progetti e destando l’interesse della Banca Mondiale.

Non a caso, se Danny Boyle si è ispirato a Vikas Swarup, per Slumdog Millionaire, Swarup, a sua volta, si è ispirato proprio a Sugata Mitra e al suo hole in the wall .

Allora non ci resta che augurarci, almeno per i paesi dove il divario digitale tiene al margine della società interi vasti settori della popolazione, che la silenziosa rivoluzione informatica iniziata da Sugata Mitra e dalla Niit Technologie, in prima linea nel combattere il digital divide, faccia sì che il “buco nel muro” possa divenire la porta attraverso cui un gran numero di ragazzine e ragazzini potrà entrare nel cyberspazio cambiando per sempre la società.

Pubblicato su Il Grandevetro.

SOTTO LA SOGLIA. Loghi, consapevolezza e messaggi subliminali.

Avete presente Ornella Muti, quando in alcune delle più significative scene del suo cinema, accende la Multifilter e guarda dritto negli occhi il suo amante o il suo interlocutore?

Io sì. Come dimenticarla. In quelle scene c’era molto più di una sigaretta o di un marchio.
C’era il messaggio che la donna poteva fumare, che si era emancipata, che teneva testa all’uomo e che accendeva Multifilter quando e come voleva.

Ecco, questo è un messaggio subliminale.

In questo articolo non vi parlerò però della Muti, vorrei, invece, invitarvi a prendere piena coscienza del potere che hanno i messaggi in ogni forma di comunicazione, dal logo della nostra azienda al banner che mettiamo su LinkedIn.

Prendere consapevolezza è il primo passo per creare una immagine coerente ma soprattutto efficace, al fine di perseguire il nostro obiettivo.

Il mio lavoro mi ha consentito di progettare molti loghi per aziende più o meno “famose”. Al di là della grandezza o della conoscibilità del brand, ho trovato molte similitudini proprio sull’approccio alla creazione della propria immagine: la non consapevolezza.

Alcune volte mi sono scontrato su queste parole “IL LOGO DELLA MIA AZIENDA DEVE ESSERE BELLO, MAGARI GIALLO E NERO PERCHÉ IL GIALLO PIACE A MIA MOGLIE”.

Un’altra riflessione importante da fare è questa: quel è esattamente l’obiettivo che si vuole raggiungere? Ve lo dico chiaro, deve essere questo:

“VENDERE E CREARE VALORE”.

Quindi come approcciarsi alla creazione dell’immagine?

Partiamo con ordine.
La progettazione di logo/brand personalmente mi impegna molto, visto che “quel simbolo” sarà l’entità, il volto dell’azienda, il tratto che consentirà al proprio prospect la riconoscibilità dell’azienda stessa.

Da dove iniziare?

Secondo me è necessario iniziare dall’individuazione dell’obiettivo, in primis da quello aziendale, cioè “IL PROGETTO DI BUSINESS”.

Faccio un esempio.
Mettiamo che oggi il nostro brand deve rappresentare un prodotto biologico in un mercato locale, quindi il logo probabilmente sarà strutturato con linee verdi, un pittogramma che comunicherà il concetto più alto di “GREEN”.
Poi magari (in assenza di un PROGETTO DI BUSINESS”) tra 5 mesi l’azienda decide di commercializzare prodotti chimici.

Secondo voi sarebbe sostenibile nei confronti del proprio pubblico questo “Progetto di Business”?

Secondo me no.

Avere ben chiaro dove vogliamo arrivare è sempre una mossa vincente.

Una volta ben chiarito il punto d’arrivo, passiamo ad analizzare la strada, il percorso migliore, (quindi il mercato di riferimento) e teniamo conto, per quanto possibile, di prevedere l’eventuale sviluppo del brand.

Adesso siamo pronti per dare spazio alla creatività e a tutti messaggi coscienti e non, che il nostro logo dovrà contenere, quali valori dovrà trasmettere, insomma cosa dovrà comunicare.

Ecco alcuni esempi di loghi di aziende di successo e i loro messaggi:

AMAZON

composizione semplice e ben leggibile. Il Lettering contiene l’estensione .com, visto che è una piattaforma di commercio elettronico.

Quale è il messaggio subliminale contenuto nel logo?

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Nello shop troverai prodotti dalla A alla Z. La freccia che unisce la “a” e la”z”.

VAIO SONY
Uno dei loghi che preferisco anche sotto un punto di vista estetico, è quello di Sony VAIO.
Le sillabe rappresentano un messaggio forte e indelebile:
VA rappresentano infatti un segnale analogico, I O sono invece 1 e 0 del sistema binario,


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Il messaggio non diretto e non cosciente diventa efficace in quanto non ci sono condizionamenti o barriere che potrebbero deformare il messaggio.

Questo non vuole essere né un tutorial, né tantomeno una lezione di marketing, semplicemente raccontare un metodo di lavoro, l’approccio che utilizzo quando progetto un marchio, l’inizio di un percorso strutturato di BRANDING e un piccolo omaggio a una delle donne più belle del mondo.

La nostra Ornella Muti.
A proposito, lo sapete che il suo nome vero è un altro? Francesca. Francesca Rivelli.
In fatto di marchio e di nome brand, ci ha visto lontano 😉

Instagram è una piattaforma davvero molto adatta per il marketing non convenzionale basato sulle immagini.

Instagram come strumento di branding

C’è “vita vera” dentro i social network.

Sbaglia chi pensa che nei social si vada per  trascorrere il tempo a “pettinare le bambole” e che sia ancora possibile stare dentro i social volendo dare di noi o della nostra azienda una immagine non rispondente a quella della vita “reale”.

La dicotomia tra “vita reale” e “vita digitale” non esiste più (sempre che sia mai esistita …). C’è “una” vita che si svolge simultaneamente dentro e fuori dai social. E’ per questo che la filosofia da seguire quando ci si approccia al mondo dei social ormai è solo quella dell’integrazione: riportare online ciò che avviene offline e viceversa.

Se questo vale per chiunque di noi, tanto più vale per i brand, sia nel loro primo approccio ai social, sia per quelli che già li presidiano da molto tempo.

Esistono ormai molti “luoghi” dove i brand possono inserirsi e raccontarsi ai propri interlocutori con lo scopo finale di creare brand awareness, fidelizzare chi già è cliente, portandolo magari anche a farsi ambasciatore del marchio e naturalmente trovare anche nuovi clienti.

Ma questo processo con i social diventa più lungo, probabilmente più lento nella generazione dei risultati finali e forse anche più intimo: infatti per ispirare fiducia nel consumatore oggi un brand deve raccontare molto di se stesso. Se volete che le persone si ricordino di voi, della vostra attività, della vostra azienda, raccontate loro una storia avvincente, coerente e sincera. E fatta sempre più di contenuti visuali. Immagini e video, infatti, hanno la peculiarità di essere subito fruibili, di evocare immediatamente emozioni e quindi di rendere maggiore e più immediata l’interazione.

E’ per questo che vi voglio parlare di uno strumento che potrà aiutarvi in questo, probabilmente il social principe per quanto riguarda la diffusione di immagini: Instagram.

Instagram è una applicazione mobile (si può utilizzare solo da dispositivi mobili) che permette di fare foto ed editarle attraverso appositi filtri gestibili dall’applicazione stessa ed anche attraverso l’utilizzo di vari tool esterni per l’editing.

I suoi punti di forza sono i seguenti:

  • È gratuito.
  • È estremamente intuitivo e concepito in maniera tale da stimolare la creatività di chiunque!
  • Ha una forte capacità di generare engagement (commenti e like), molto maggiore per esempio di quella di Facebook, sia per la minore complessità di funzionamento rispetto a Facebook, sia per il tipo di contenuti che gestisce.
  • Uno studio di Simplymeasured ha evidenziato come le interazioni si sviluppino dal momento della pubblicazione per le 5 ore successive, poi si esauriscano. Questo è un tempo di “sopravvivenza” molto maggiore di quello dei post su Facebook (stimate mediamente 2 ore) o di un cinguettio su Twitter (3 minuti!). Tuttavia i contenuti di qualità riescono a generare engagement anche per molti giorni successivamente alla pubblicazione.
  • Dato il punto precedente, Instagram è quindi un “luogo” ideale per trovare follower e creare community.

Come si comporta un “buon brand” su Instagram?

  • Un brand deve mantenere una costante frequenza di pubblicazione: almeno una immagine al giorno.
  • Attribuire alle foto degli #hashtag possibilmente originali che permettano di riconoscere univocamente il brand. Il limite massimo di #hashtag inseribili per ogni immagine è 30, però è consigliabile non inserirne più di 7-10. Un #hashtag non deve essere mai troppo generico (esempio: #mare, #amore…) perché ovviamente più generico è più sarà utilizzato da un grande numero di utenti e meno sarà in grado di caratterizzare l’immagine. L’ideale è inventare degli #hashtag pertinenti all’immagine ma originali e poco utilizzati in modo tale da aumentare la possibilità che le vostre immagini siano trovate.
  • Mantenere una presenza attiva (seguire, commentare, mettere like).
  • Creare relazioni in particolare con chi ha gli stessi interessi. Questo nella pratica può essere fatto attraverso le @mention di altre persone o brand (senza spammare!!!).
  • Pubblicare immagini dei prodotti, offerte speciali, promozioni particolari.
  • Personalizzare lo stile e le proprie creatività.
  • “Newsjacking”: cioè sfruttare una notizia importante del giorno, un evento, una ricorrenza, una festività per creare e pubblicare delle immagini a tema.
  • Geolocalizzare le immagini. E’ una attività fondamentale perché permette di ordinare le proprie immagini in categorie di interesse e quindi aumenta le possibilità di entrare in relazione con altri utenti che hanno i nostri stessi interessi.

Voglio farvi un esempio virtuoso di utilizzo di Instagram che mi è capitato sotto gli occhi proprio poco prima di mettermi a scrivere questo articolo. Riguarda il caso di un fotografo che, grazie ad Instagram, ha ampliato l’offerta dei suoi servizi fotografici per matrimoni. Utilizzando Instagram, infatti, egli mette a disposizione degli sposi che lo desiderano, la possibilità di vedere in tempo reale, su uno schermo di grandi dimensioni, le fotografie scattate qualche istante prima dagli ospiti con i loro smartphones, attribuendo loro un  #hashtag originale scelto dagli sposi. Inutile sottolineare il divertimento e l’atmosfera di partecipazione e condivisione che si viene a creare fra gli invitati e che sta facendo andare a ruba il servizio offerto!

Instagram è una piattaforma davvero molto adatta per il marketing non convenzionale basato sulle immagini.

Inoltre è ancora un “terreno parzialmente inesplorato” nel senso che è più semplice ed immediato creare engagement senza dover investire in advertising , diversamente da quello che accade in altri social network più noti.

In un’ottica di progettazione di una nuova strategia di marketing digitale, si tratta di uno strumento – chiaramente da integrare con altri – che non è assolutamente da sottovalutare.

dispiegare vele

Tutto molto “Personal”. Marketing, Vento e Vele.

Domenica sono stata in barca a vela. Una bella domenica sul mare.
Nel senso letterale del termine.

Quale è l’attinenza tra la barca a vela e il (personal) marketing?

Sono due:

  1. Chi fa questo lavoro a mio parere deve innanzi tutto essere curioso. Chi si occupa di marketing deve approfondire, vivere le cose e sperimentare. Altrimenti se non si hanno queste caratteristiche si sta facendo altro. E non parlo solo di barca a vela, anche di cose meno fighe. In generale bisogna essere curiosi.
  2. Non esistono venti a favore o no. Esistono venti. E prima o poi soffiano. Basta, a quel punto, dispiegare le vele. Se sappiamo dove vogliamo andare.

Dispiegare le vele.
Sembra facile. Sembra che si mettano da sole cosi’

vela

e che prendano il vento giusto quasi per magia.

Ma non funziona così. Proprio per nulla.

Ci vogliono diversi fattori per far andare bene le proprie vele.

Un po’ come nel Marketing e nella vita in generale.

Il raggiungimento o meno degli obiettivi prefissati e dei sogni nel cassetto, prevede una serie numerosa di azioni e di fattori.
Non parlo di successo, non parlo di raggiungimento del successo.
Lo trovo un concetto stra usato, banale e che impoverisce in un’unica parola – peraltro composta da due parole su(c)cesso – un percorso, un viaggio: quello verso i nostri desideri, i nostri sogni.

Il successo è un concetto contemporaneo, inculcato da chi ha bisogno di scrivere libri a riguardo e con questi regalare la formuletta magica per raggiungerlo.
Si, ma quando mai.
Il raggiungimento dei propri obiettivi (che non sono altro che desideri con la data di scadenza -cit-), ha a che fare con una serie di azioni che a loro volta hanno a che fare con noi stessi, con un percorso da fare su noi stessi.

Perché sapete che succede? Succede che ci sono persone che non accettano proprio di riuscire nella vita.
Non ci riescono in senso di “fisica”. Qualcosa le blocca, qualcosa di inconscio, magari proprio un secondo prima di avere in mano il proprio oggetto del desiderio.

Poi ci sono anche quelle (e oggi sono tante) che sbandierano le loro grandissime vittorie a destra e a manca. Fanno passare delle cose molto, molto banali, come delle scoperte del prossimo secolo.
Ecco, questi al primo NO vero collassano.

E la chiave di lettura, sta proprio qui. Nel come ci si racconta. Nel modo in cui raccontiamo la nostra storia e noi stessi.
Come ci raccontiamo è come ci rappresentiamo nel mondo. Ed è quello che arriva agli altri.

Il personal marketing, torniamo lì.
Ha a che fare con il nostro approccio al mondo, con l’autostima, con un processo di empowerment.

Perché gli obiettivi e i sogni vanno coltivati. Richiedono costanza, pazienza e determinazione.
E una gran dose di curiosità (e anche di culo. Quello se c’è, dà una gran mano).

Aspettiamo il vento giusto per noi, prima o poi arriva. Facciamoci trovare pronti a dispiegare le vele.
Andiamo, salpiamo, muoviamoci verso i nostri orizzonti e desideri.
Nessuno ce lo può impedire e già dal primo vento preso, già solo perché ci stiamo credendo, inizia il sogno.
Inizia a farsi concreto il desiderio.

Io, qui, metto 7 cose + 1 su cui vi invito a riflettere…Un primo approccio al personal marketing.

  1. Puntate su voi stessi! Siete il vero “strumento” (di marketing) a vostra disposizione.
  2. Capite i vostri punti unici e di forza.
  3. Lavorate sugli aspetti da migliorare (un corso si acquista subito, lo stesso un libro. Un buon modo di presentarsi…….mmm… si impara, con il tempo!).
  4. Conoscetevi! Se è vero che l’altro non si conosce mai abbastanza, la stessa cosa vale proprio per noi stessi. Sarà un viaggio molto interessante.
  5. Mettetevi in gioco. Riflettete su quello che non è andato bene, senza abbattervi. Si cade solo se si cammina.
  6. Abbiate fiducia in voi stessi. Se non ne avete voi per primi, come fanno gli altri ad averne??
  7. Divertitevi. Le strategie migliori nascono da un sorriso inaspettato.

7 + 1. Dispiegate le vostre vele. E’ un po’ come aprire le ali…

Buon vento a tutti.

P.S. Questo articolo non vuole essere una guida per velisti sull’ autostima, non un nuovo capitolo de “l’arte della guerra”, né pillole di marketing per essere vincenti.
NO, ASSOLUTAMENTE NO.
Sarebbe FUMO. E io qui, parlo di vento 😉

Il mio concetto di web 3.0 ha a che fare con la terra

Qualche giorno fa ho pubblicato questa immagine. Non mi ha sorpreso non vedere interazioni sul post. Perché associare la terra e delle mani sporche al concetto di web 3.0 è un po’ da folli, o quantomeno particolari!

Un sacco di persone parlano di Web 3.0 ma in realtà non solo non esiste, ma di fatto nessuno sa bene cosa sarà, visto che una definizione unica non esiste ed è difficile darla.

Per me la cosa che più si avvicina è proprio la terra. La coltivazione della terra per essere precisi.

In questi 5 punti:

Ci si deve sporcare le mani senza troppe chiacchiere.

Curare il cliente come se fosse un germoglio appena spuntato dalla terra.

Dobbiamo nutrirlo di informazioni

Crescere insieme a lui senza riempirlo di troppe nozioni

Fornirgli dei risultati

E quando ha raggiunto la sua piena crescita gioire con lui per i risultati ottenuti e raccogliere i frutti del comune sforzo.

Io vivo nel backstage del web, tutti i giorni sudo sulla tastiera il “pane quotidiano”.
E ho studiato agronomia, ho dato un sacco di esami di chimica. A me le cose, devon tornare come una formula. I discorsi al vento. Che vadano a concimare altrove.

Il futuro sarà per quelli che hanno seminato nel modo giusto ed hanno aspettato con pazienza di vedere i propri frutti.

Si perché in natura i frutti sono il mezzo per creare altri semi.

#telodiceilduca